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laR
 
21.09.2022 - 05:30
Aggiornamento: 18:26

Valera è la cosa giusta

Tagliare il traguardo del Puc ha richiesto tempo e coraggio. Anche quello di resistere alle lusinghe delle lobby

valera-e-la-cosa-giusta
Ti-Press/P. Gianinazzi
C’è voluta una lunga battaglia. E non è ancora finita

Fare la cosa giusta. Non sempre è facile. A volte però le scelte si impongono da sole, senza se e senza ma. Nel caso del comparto di Valera, lì nel ‘cuore’ della piana del Mendrisiotto, è andata proprio così. Messi davanti a un bivio, movimenti ambientalisti, agricoltori e cittadini del Distretto anni fa (era il 2012) non hanno avuto dubbi sulla strada da prendere. Dopo decenni di territorio andato sprecato era arrivato il momento di dire basta; di fare inversione di marcia. Chi ci ha creduto, da sempre, non ha mai avuto ripensamenti. Anche se quella strada è stata, da subito, in salita. Far cambiare prospettiva agli enti locali che pianificavano ha necessitato tempo e pazienza. Risalire la corrente, contraria, degli interessi privati ha richiesto fatica e determinazione. In nessun momento, però, il pensiero di perseguire il bene collettivo è venuto meno. A maggior ragione quando sulla scena è apparso il Cantone. Ancorare il destino di Valera prima al Piano direttore, poi al Piano di utilizzazione cantonale è stato strategico.

Lo si è avuto ben chiaro ieri, nell’aula del Gran Consiglio: senza la forza di un Puc la svolta verde non si sarebbe compiuta. Alla fine anche i più critici e perplessi hanno dovuto cedere il passo a un cambio di paradigma, ormai divenuto inevitabile: per amore o per forza. A poco più di una manciata di mesi dalle elezioni cantonali il Mendrisiotto se lo sarebbe legato al dito, eccome. Diciamola tutta, tra i banchi del parlamento c’è chi non l’ha ammesso, ma ha votato turandosi il naso. Insomma, a parole tutti si sono detti pro Valera, nei fatti l’impressione lasciata da taluni interventi (soprattutto dalle parti dei liberali radicali) era tutt’altra. Per qualcuno, a quanto pare, è stato difficile (almeno sulle prime) resistere alle pressioni esercitate (in vari modi) dai maggiori proprietari terrieri della zona. Sia chiaro: pensare che in politica non si faccia lobby, è da ingenui. Nessuno però poteva immaginare che ci si sarebbe spinti sino a inviare messaggi e missive per convincere i politici (prima locali, poi cantonali) ad ammorbidirsi, dimenticandosi per un attimo dell’interesse pubblico, che mai come in questo caso non può essere posposto all’interesse privato. Del resto, non è (forse) un caso se quegli stessi proprietari in questi anni si sono fatti patrocinare da un legale che è anche "un membro influente" del parlamento (per dirla con Claudio Zali); esponente che ieri ha preferito restare fuori dalla porta dell’aula.

Lo stesso direttore del Dipartimento del territorio ieri ha parlato di "reazione veemente" riferendosi ai proprietari, che "nulla hanno lasciato di intentato" negli anni – dai ricorsi ai precetti esecutivi plurimilionari – per allontanare il Puc e tutto ciò che significa. Nei Tribunali (inclusa l’Alta Corte di Losanna) a loro sin qui non è andata bene, in politica hanno rischiato di trovare terreno fertile. Tant’è che ieri il dibattito ha esordito su una richiesta di rinvio (firmato da colui che si è definito "lo zio" di Valera) ed è passato per l’imbuto di un emendamento a salvaguardia delle "attività economiche esistenti". ‘Ritocco’ che poteva mettere in pericolo il Puc. E ciò dopo un esame commissionale lungo due anni e mezzo, scandito da audizioni, sopralluoghi, perizie giuridiche. Il punto? Il trattamento ingiusto al quale sarebbe stato sottoposto uno dei due proprietari, che dovrà lasciare Valera con la sua attività di inerti e i 23 dipendenti. Lo Stato avrebbe dovuto tendergli una mano, hanno rivendicato i difensori dell’emendamento. Ma lo Stato non siamo noi (cittadini)?

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