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laR
 
30.08.2022 - 05:30
Aggiornamento: 19:26

Accoltellamento senza pentimento: quando il male ci trafigge

Disorientano le parole e le reazioni della 29enne accusata di ripetuto tentato assassinio: non solo non è dispiaciuta, ma rifarebbe quanto commesso

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Ti-Press
Sgomento a pochi giorni da Natale. Si poteva evitare?

Un pugno allo stomaco. E poi i brividi lungo la schiena, le lacrime agli occhi. Colpiscono, disorientano, disturbano, le parole e le reazioni della 29enne accusata di tentato assassinio per il duplice accoltellamento alla Manor di Lugano ormai quasi due anni fa, interrogata ieri durante la prima giornata processuale. Siamo poco abituati in Ticino a imputati come lei. Come non lo siamo a questo tipo di reati.

Intendiamoci, le aule penali ticinesi sono testimoni di un’umanità variegata che talvolta sfocia in personaggi decisamente sgradevoli. Agli innumerevoli casi legati al traffico di droga, spesso purtroppo pesci più piccoli che grandi, si affiancano ladri e truffatori di vario tipo, dai fiduciari imbroglioni alle bande senza scrupoli. Ci sono poi i reati di natura sessuale, quelli violenti, omicidi e assassinii tentati e riusciti. È proprio raro, ma raro, che di fronte a una Corte compaia un imputato che non solo non mostra alcun segno di pentimento, ma addirittura sostiene che rifarebbe quanto commesso cercando di organizzarsi meglio affinché stavolta il colpo riesca. E il colpo, lo ricordiamo, era mirato a uccidere.

Non solo. La giovane donna non mostra alcun dispiacere, mai. Non lo fa a parole, incalzata dai giudici. Non lo fa mentre ricostruisce quel maledetto giorno. Non lo fa nemmeno di fronte al video, poco chiaro è vero, dell’aggressione né dinanzi alle immagini delle ferite procurate alle vittime. Foto impressionanti, in particolare quelle della prima vittima, rimasta più gravemente ferita e presente in aula. Uno squarcio di almeno dieci centimetri che mette chiaramente in evidenza le vene, la carne, i muscoli, le ossa, il sangue. Di fronte a un collo dilaniato, esclama «pensavo che il taglio fosse più profondo».

Dichiarazioni che sdegnano, facendo sprofondare in un attonito silenzio una sala stampa che pure ha accompagnato con qualche sorriso alcune uscite precedenti decisamente sui generis della 29enne. Però, a penna posata e a mente più fredda, a colpire, disorientare, disturbare è tutto il contesto. E in primo luogo la storia personale di questa giovane donna. Lievemente ritardata, con diversi disturbi psichici, un passato fatto di sofferenze e abusi. Arringa e requisitoria ci aspettano solo fra un paio di giorni, ma già lo si intuisce: la tesi difensiva punterà anche sul suo stato mentale per spiegarne le azioni. Sarà la Corte a esprimersi sull’impianto difensivo e sulla totale assenza di empatia manifestata dalla donna.

Indipendentemente da quel che sarà la sentenza, due punti fermi dominano comunque la vicenda. Lo spavento e il dolore provocati quel 24 novembre 2020, che ricordiamo molto bene in città, e una situazione di profondo disagio personale, protrattasi per anni, alla quale il nostro sistema sociale non è stato in grado di rispondere adeguatamente. Si riparta da qui. L’imputata purtroppo sembrerebbe non rendersi conto dello sbaglio commesso. Chi invece le risorse mentali per essere consapevole delle proprie azioni le ha, deve fare di tutto per investire in una presa a carico – la più adeguata possibile – di persone disturbate al punto da non essere in grado neanche di dispiacersi per aver cercato di uccidere altre persone. La giustizia, non solo nei confronti della 29enne e delle sue vittime, passa anche da qui.

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