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laR
 
25.07.2022 - 05:30
Aggiornamento: 19:00

Elogio di Wout van Aert

Il belga, ancor più di Vingegaard e Pogacar, è stato il grande protagonista del Tour de France

Si è disputato e chiuso nel migliore dei modi un Tour de France che avevamo lanciato tre settimane fa con qualche timore. Innanzitutto per via del Covid che, dopo aver concesso un po’ di tregua, si stava riaffacciando in modo preoccupante nel mondo dello sport come in ogni altro ambito. Ebbene, il mostro alla Grande Boucle ha certamente colpito, ma per fortuna senza che a essere esclusi dai grandi giochi fossero attori di primissimo piano. Ma, più di ogni altra cosa, paventavamo che a ripresentarsi potesse essere il doping, piaga che in un passato non troppo lontano aveva dinamitato la corsa più importante e tolto credibilità all’intero mondo del pedale. E di cui, all’inizio di questo Tour, un paio di blitz della polizia danese – imbeccata dagli inquirenti francesi – avevano fatto temere un ritorno in scena che poi, per buona sorte, non si è verificato.

Esorcizzati i fantasmi, ne è scaturita malgrado le temperature da fornace una gara bella come sulle strade dell’Héxagone non se ne vedevano da decenni, combattuta e incerta come vorremmo che fosse ogni competizione. Un percorso ottimamente tracciato e la lotta fra il vincitore Vingegaard e il secondo classificato Pogacar – spietata e nobile al contempo – hanno restituito interesse agonistico a una corsa che di recente a livello spettacolare aveva perso un po’ di smalto. Forte del prestigio planetario che nulla potrà mai togliergli, il circus del Tour de France aveva forse anteposto gli aspetti squisitamente di cassetta a quelli tecnici, diventando spesso una corsa noiosa e lasciando che a risultare più divertenti fossero altre gare assai meno glamour.

Ma, soprattutto, a tenerci incollati al televisore per questi venti giorni abbondanti è stato Wout van Aert, atleta che coi suoi 191 cm d’altezza pare voler sfidare le leggi fisiche del ciclismo. Mai domo e combattivo oltre ogni limite, il belga è stato ogni giorno spettacolare per il pubblico ma pure preziosissimo per il suo capitano Vingegaard, che gli deve una bella fetta del successo finale. A ventotto anni da compiere, Van Aert è oggi uno dei ciclisti più completi e vincenti del panorama mondiale del pedale e non c’è stata tappa, al Tour, in cui non si sia reso protagonista. Salito otto volte sul podio, quest’anno in Francia ha colto ben tre successi – sia in volata sia a cronometro – finendo per rubare la scena ai due migliori uomini della classifica generale, che pure hanno corso in modo impeccabile. Fughe, attacchi, acrobazie, sprint e – come detto – sacrifici da camallo per il bene della propria squadra hanno fatto di questo ciclista un efficacissimo spot pubblicitario per una gara che troppo spesso vedeva riscritto l’esito finale nelle aule dei tribunali e per una disciplina di cui si parlava più in termini farmaceutici che agonistici.

Triplice campione del mondo di ciclo-cross, Wout van Aert rappresenta al meglio il moderno campione del pedale, versatile al massimo grado e preparato per affrontare senza problemi – anzi spesso addirittura vincendo – ogni tipo di tracciato, sia nelle corse in linea sia nei grandi giri a tappe. Dunque, è soprattutto a questo atleta generoso, instancabile e provvisto della giusta dose di follia che va il nostro ringraziamento per averci fatto, dopo molto tempo, riconciliare con la Grande Boucle.

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