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Keystone
30.06.2022 - 12:34
di Sara Rossi Guidicelli

Bisogna sconfiggere Putin, non Dostoevskij

Il ministero ucraino della Cultura ha deciso di censurare musica e letteratura russe. Dimenticando che la cultura non fa la guerra

Il ministero ucraino della Cultura ha deciso di togliere la Letteratura russa dalle biblioteche, dalle librerie, dagli istituti universitari. La musica in lingua russa viene limitata, i russofoni ucraini invitati a iscriversi ai club che insegnano la lingua che si vorrebbe l’unica del paese: l’ucraino. Perché? Perché la guerra divide, cancella, ammazza. Persino la cultura, quella del nemico, ma anche la propria.

Questa pericolosa confusione dimentica, però, che la cultura non fa la guerra.

Il linguaggio della guerra è: una lingua, un popolo, buoni da una parte e cattivi dall’altra. La cultura al contrario passa attraverso le frontiere, pone domande, insegue la bellezza, cerca il senso, dà conforto, dubita, ‘rende insopportabile l’ingiustizia’, come dice Romain Gary. Fa restare svegli, vigili e pensanti.

La cultura – come il buonsenso – ci ricorda che il mondo non si divide in nazioni, che i cittadini di un popolo non sono tutti uguali, tutti innocenti o colpevoli, anche da morti. Quale paese si salverebbe altrimenti? Quale patria non ha commesso nella sua storia qualche cosa di abominevole? Cosa ci resterebbe da leggere o da cantare se ogni artista fosse responsabile degli atti criminali del governo del suo Paese prima, durante e dopo la sua morte?

In queste settimane ho parlato con ucraini russofoni che vogliono smettere di parlare la loro lingua madre; altri che si rifiutano di perdere quella parte di identità. Tra di loro scoppiano delle liti.

Le vittime in questa guerra sono gli ucraini, ma le doppie vittime sono gli ucraini russofoni. Ancora non è finito questo e si sta già preparando il prossimo conflitto: interno al paese, dove chi è nato ucraino ma di lingua russa sarà punito, estirpato, modificato. Quando ho vissuto a Odessa, per imparare il russo, vivevo da una signora, Tatjana Borisovna, che mi ha trasmesso l’amore per l’Ucraina. Non parlava bene ucraino, come io non parlo bene tedesco.

E infatti dovremmo saperlo meglio di chiunque altro, noi in Svizzera, che si può avere la lingua di un’altra nazione e appartenere però a una terra plurilingue, pluriconfessionale. Questa testimonianza possiamo portare nel mondo: si può. Si può stare insieme, pur parlando lingue diverse. La lingua non c’entra. Bisogna sconfiggere Putin, non Dostoevskij. E men che meno Tatjana Borisovna.

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