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Un’addetta alla sicurezza di Wimbledon (Keystone)
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22.06.2022 - 05:30
di Emanuele Atturo

Giochi di potere a Wimbledon

La politica ha avuto un ruolo nell’esclusione di tennisti russi e bielorussi, Atp e Wta hanno risposto togliendo i punti e inguaiando molti giocatori

A Wimbledon piace chiamarsi, semplicemente, The Championships. Non è il suo unico vezzo, lo sappiamo: il dress code bianco sacerdotale, le fragole con la panna, le cravatte regimental, le cene formali. È proprio l’insieme di queste piccole ritualità ad aver convinto gli inglesi ad avere il più grande torneo di tennis al mondo. Il miglior compromesso possibile – profondamente britannico – fra tradizioni secolari ed esigenze contemporanee, fra spirito aristocratico e logiche d’intrattenimento. Lo hanno raccontato così tanto da convincere tutti: Wimbledon è diventato più grande del tennis stesso, o quantomeno una sua quintessenza mistica, lontana dagli impacci terreni degli altri tornei.

Una delle conseguenze del fascino di Wimbledon è il suo potere. Pur facendo parte dei circuiti Atp e Wta, non ha bisogno di sottostare alle loro regole. Grazie al suo potere può fare quello che vuole, e un paio di mesi fa ha annunciato che – in seguito all’invasione dell’Ucraina – i tennisti e le tenniste russi e bielorussi non sarebbero stati ammessi al torneo. Una decisione comunicata dal torneo, ma che nasce probabilmente nelle aule del governo britannico. Wimbledon è stato usato come uno strumento diplomatico e la cosa non dovrebbe stupirci. Lo sport esercita un’influenza politica intrinseca: è il suo seguito di massa a conferirgli peso politico. Le prime sanzioni imposte alla Russia riguardarono proprio lo sport: lo spostamento della finale di Champions League da San Pietroburgo a Parigi e l’esclusione dei club russi dalle competizioni Uefa.


Una fontana con il logo di Wimbledon (Keystone)

Le decisioni passarono senza polemiche: i club rappresentano sempre la nazione di cui fanno parte. Per uno sport individuale come il tennis la sanzione è più problematica dal punto di vista etico: i giocatori russi da mesi giocano senza essere affiancati dalla loro bandiera e in fondo rappresentano solo sé stessi. Vivono in un circuito sparso fra trenta nazioni, si spostano da una bolla all’altra, risiedono lontani dal loro Paese. Andrey Rublev e Daniil Medvedev, i due giocatori più celebri a subire la sanzione non hanno appoggiato l’intervento militare in alcun modo e Rublev, anzi, ha lanciato un messaggio pacifista a pochi giorni dall’invasione. Che utilità, anche solo simbolica, avrebbe avuto punirli? La questione è più opaca di quanto possa sembrare: in che misura, nello sport individuale, un atleta compete per la nazione che rappresenta?

Gli sportivi ucraini hanno applaudito la decisione. Sergy Stachovsky (di cui avevamo raccontato la storia qui) ha dichiarato: "Non posso dire che sia una cosa bella, ma di certo è una cosa che andava fatta". Tutti gli altri l’hanno interpretata come una discriminazione inaccettabile. Novak Djokovic, il più interessato alla propria influenza politica, ha detto che Boris Johnson è pazzo: "Rublev e Medvedev non hanno nulla a che fare con Putin, vogliono solo giocare a tennis come chiunque altro". Rublev ha definito la decisione "una discriminazione totale" e ha suggerito un’altra strada per esprimere solidarietà all’Ucraina, ovvero destinare il montepremi a organizzazioni umanitarie. Nessuno lo ha ascoltato. Wimbledon non è stato sempre uniforme nelle sue esclusioni. Per anni, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, ha escluso giocatori tedeschi e giapponesi, ma al contempo ha permesso ai tennisti sudafricani di partecipare durante l’apartheid.

Per qualche giorno è circolata la voce che i tennisti stavano ragionando su uno sciopero, non sarebbe stata la prima volta. Nel 1973 non c’erano nemmeno ragioni così nobili. Nikki Pilic rifiutò di disputare un incontro di Coppa Davis preferendo i soldi di un torneo di doppio a Montreal; la Jugoslavia lo squalificò dalle competizioni internazionali per un anno. I giocatori votarono il boicottaggio del torneo; fra i membri della Atp giocarono solo l’inglese Roger Taylor, perché proprio non poteva sottrarsi, e due giocatori che hanno fatto sempre di testa loro, Ilie Nastase e Jimmy Connors. Riuscì a entrare in tabellone anche un giovanissimo – ma già idolatrato dalle ragazze – Bjorn Borg. Vinse Jan Kodes, gran tennista ricordato solo per la sua antipatia.


Il centrale di Wimbledon durante la finale del 2018 (Keystone)

Stavolta i tennisti non sono riusciti a trovare unità: nonostante qualche timido tentativo di Djokovic, nessuno vuole rinunciare ai propri soldi. A prendere una decisione, allora, sono state le due maggiori organizzazioni tennistiche – Atp e Wta – che essendo di fatto dei sindacati non potevano far finta di niente. L’unica arma a loro disposizione, però, era la revoca dei punti del ranking per il torneo. Una decisione che avrà un impatto enorme sulla vita dei tennisti e, in particolare, per quelli che non vantano una classifica troppo alta e che hanno molti punti da difendere dall’edizione precedente.

Marton Fucsovics è l’esempio perfetto perché avrebbe dovuto difendere i punti dei quarti di finale dello scorso anno, dove perse da Djokovic; non ricevendo punti passerà dalla posizione 60 alla 120, che non gli permetterà più di accedere direttamente al tabellone di alcuni tornei. A trent’anni ricostruirsi una classifica non sarà semplice. L’assenza di punti Atp però non è sufficiente a convincere i tennisti a non partecipare. Certo, Naomi Osaka ha dichiarato che questo Wimbledon senza punti le sembra più che altro un’esibizione, ma è in minoranza. Nadal probabilmente giocherà sottoponendosi ad altre infiltrazioni, accettando di mandare ulteriormente in pezzi il proprio corpo pur di proseguire il sogno del Grande Slam. Novak Djokovic, nonostante tutte le critiche, proverà a vincere il suo settimo Wimbledon. Potrebbe essere la sua ultima possibilità di vincere uno Slam nel 2022, considerato che rischia di essere escluso dagli Us Open per i soliti problemi vaccinali. Tutti i giovani saranno presenti in tabellone con grandi ambizioni, in un’edizione che promette di essere più aperta del solito. Nel frattempo il torneo ha oltrepassato i 40 milioni di montepremi, stabilendo un nuovo record. Per la maggioranza dei giocatori, insomma, il ranking è solo una motivazione accessoria per partecipare a un torneo come Wimbledon: si gioca per i soldi e si gioca per la gloria.

Il conflitto tra l’Atp e l’All England Club ha fatto esplodere le contraddizioni di uno sport organizzato senza un governo unitario. Il potere è frammentato fra giocatori (con all’interno discriminazione piramidali enormi), tornei, media. Non esiste nessuna organizzazione superiore in grado di regolare il potere fra questi interessi particolari. La federazione internazionale di tennis (Itf), che raccoglie le varie federazioni nazionali, non ha alcun potere e organizza un circuito parallelo di minore rilevanza. Andrea Gaudenzi, chairman della Atp, non fa che ripetere di quanto il tennis avrebbe bisogno di un governo unitario, ma l’impressione è che ai grandi tornei la situazione vada bene così. Per questo qualche giorno fa è stata allungata la durata di due Master 1000, Madrid e Roma: non potendo intaccare il potere degli Slam la Atp sta cercando di modellare un circuito che provi a intaccare il potere degli Slam.

La grandezza del tennis, però, si regge su un ecosistema culturale costruito in secoli di storia. Sono i grandi tornei a dare importanza ai giocatori, benché tendiamo spesso a pensare il contrario. Come dichiarato da Rafael Nadal in occasione dell’esclusione di Djokovic dagli Australian Open: "Non c’è nessun tennista che può essere più grande di un torneo. I giocatori passano, i tornei restano". Con l’esclusione dei tennisti russi Wimbledon ha sfruttato questo enorme potere, perseguendo però logiche che sembrano sempre più in contrasto col mondo contemporaneo.


Si tirano le righe in vista del torneo 2022 (Keystone)

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