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13.06.2022 - 05:20

L’Oscar dei cattivi

Può essere attribuito al principale nemico della piazza finanziaria svizzera: gli Stati Uniti. Ma anche la Svizzera e altri Paesi hanno parecchie colpe

di Paolo Bernasconi, avvocato

Che soddisfazione attribuire finalmente un Oscar ai cattivi, specialmente durante questo periodo, mentre il mondo è travagliato da ben peggio: l’aggressione russa dell’Ucraina con genocidio (inchiesta in corso) e violazioni sistematiche di tutte le Convenzioni di Ginevra (manifeste). E soddisfazione specialmente per il fatto che l’Oscar dei cattivi può essere attribuito al principale nemico della piazza finanziaria svizzera: gli Stati Uniti.

L’occasione viene fornita dall’ultimo Rapporto dell’organizzazione privata denominata ‘Tax Justice Network’. Questo genere di classifica si sposa bene con la necessità di scoop semplicistici nel mezzo del fracasso mediatico quotidiano. Ma questo rapporto merita ben altro: si fonda su ricerche approfondite condotte per anni, prendendo in considerazione tutta una serie di parametri. Il doppio gioco dell’amministrazione fiscale degli Stati Uniti è ben conosciuto: hanno svolto un ruolo promotore in tutte le organizzazioni internazionali, a cominciare dal G20 e dall’Ocse, nella lotta contro l’evasione fiscale, riattivata qualche anno fa sotto la bandiera della ‘Global War Against Fiscal Evasion’. I primi rapporti della famosa Sottocommissione del Senato Usa riguardanti i paradisi fiscali risalgono agli anni 60. Era la stessa epoca in cui si scatenò tutta un’ondata di pressioni da parte dell’Ufficio del Procuratore pubblico di Wall Street contro la piazza finanziaria svizzera. Di questa battaglia ci si ricorda fin troppo bene la deflagrazione sfociata nella minaccia, nel 2008, di una procedura penale contro Ubs, che in definitiva finì per costare qualche miliardo a una cinquantina di banche svizzere, assieme alla perdita di una porzione importante del mercato della gestione degli averi off-shore. Grazie alla forza del dollaro, al governo Usa è riuscito un altro colpo magistrale: ottenere da tutti i Paesi del mondo le informazioni riguardanti gli averi patrimoniali dei contribuenti statunitensi, senza fornire nessuna contropartita. Il prezzo più pesante di questa operazione viene pagato dal sistema mondiale antiriciclaggio, poiché tutti i malfattori del mondo sanno che gli Stati Uniti hanno ricevuto l’Oscar non solamente come paradiso fiscale, ma anche per l’opacità finalizzata a scopi di riciclaggio.

Che la Svizzera continui a figurare nel plotone di testa non stupisce più nessuno, dopo che la maggioranza di centro-destra del Parlamento elvetico aveva silurato il progetto del Gruppo d’azione finanziaria internazionale (Gafi) e del Consiglio Federale destinato a sottoporre ai doveri previsti dalla Legge antiriciclaggio, e non più soltanto alla punibilità prevista dal Codice penale (art. 305bis), anche i laboriosi fabbricanti di società bucalettere utilizzate da centinaia di migliaia di clienti presso le banche svizzere ed estere. Da sempre, però, la piazza finanziaria svizzera non è sola a dover condurre le pulizie imposte dal Gafi: l’Unione europea continua a rimanere passiva riguardo ai suoi paradisi fiscali, come Malta e Cipro e i Principati limitrofi (Monaco, Vaduz). Ma ciò che stupisce è la connivenza dell’Ue con il fisco dei Paesi Bassi, parimenti a giusto titolo nel mirino del "Tax Justice Network" perché ogni anno incassano 2,2 miliardi di dollari permettendo alle imprese statunitensi di risparmiare 10 miliardi che avrebbero dovuto essere pagati al fisco dei Paesi industrializzati dell’Ue.

Da parte sua, però, l’Ocse continua a rimanere passiva riguardo alle 21 Zone di libero scambio della dittatura genocida cinese, di fronte alle quali non soltanto il fisco, ma anche la dogana chiude gli occhi su commerci di ogni tipo. Un esempio che ha fatto scuola per tutti quei Paesi di tradizione off-shore, a cominciare dagli Emirati Arabi, che oggi accolgono generosamente i mega-yacht come pure i miliardi degli oligarchi russi in fuga dalle sanzioni internazionali.

Questo articolo è comparso in francese sulla Tribune de Genève

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