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27.04.2022 - 18:50
Aggiornamento: 19:37
di Franco Zantonelli

Maglioni, ponti, denaro

Indennizzi ai Benetton per i pedaggi autostradali ‘persi’ durante il Covid, con buona pace di chi dopo il crollo del ponte Morandi faceva la voce grossa

È vero, c’è la guerra in Ucraina, per due anni ci siamo smazzati una pandemia che ha lasciato molti vuoti tra le nostre fila, in Francia si è consumato l’ennesimo conflitto tra i lumi e le tenebre. Per non parlare di quell’uccello che, in Iowa, ha preso di mira la giacca blu di Joe Biden. Ciononostante c’è una parte consistente di mondo che va avanti come prima, continuando a fare i propri affari. Anzi, meglio ancora di prima, probabilmente proprio approfittando del fatto che le luci della ribalta stanno illuminando altri scenari.

Vi ricordate cosa successe a Genova il 14 agosto 2018? Successe che, a causa di anni e anni di lavori di manutenzione eseguiti con il braccino cortissimo dalla Società Autostrade per l’Italia, venne giù il Ponte Morandi. Il bilancio immediato fu di 43 morti e 566 sfollati. Quella tragedia inferse una ferita difficilmente rimarginabile alla città sottostante al viadotto, confermando l’esistenza, in Italia, di una commistione criminale tra politica e affari, che funzionava senza bisogno di coppole e lupare. La Società Autostrade per l’Italia, controllata dalla famiglia Benetton, progressista con i maglioni e l’esatto contrario con il bitume, incassava i pedaggi dal 1999, quando con 5’000 miliardi di lire, poco più di 2 miliardi di euro odierni, subentrò a una società statale nella gestione di oltre 2’800 km di autostrade. Nel ’99 in Italia era al governo il centrosinistra, ma i Benetton, maglioni progressisti a parte, non è che avessero sposato una parte politica e a quella, magari anche suggestionati dalle campagne di Oliviero Toscani, fossero fedeli. Non a caso finanziarono pure la Lega.

Ma perché oggi torniamo sulla tragedia del Ponte Morandi, nel frattempo ricostruito? Perché i Benetton, in attesa di incassare entro il 5 maggio due miliardi e 400 milioni di euro dallo Stato italiano per cedere il loro 30% di Autostrade per l’Italia, finiranno per mettere le mani su un altro malloppo. Stando ai termini dell’accordo non dovrebbe superare i 264 milioni di euro ma, tra gli addetti ai lavori, c’è chi parla di una lievitazione fino a un miliardo. Soldi dovuti, intendiamoci, in quanto indennizzo per i mancati guadagni conseguenti al lockdown che, per settimane, ha reso deserte le autostrade. Che insomma gli spettano per davvero, come quelli che quel 14 agosto del 2018, quando crollò il Ponte Morandi, toccò pagare, quale pedaggio al casello di Autostrade per l’Italia, pure ai mezzi di soccorso che correvano per tentare di dare una mano ai poveretti finiti di sotto.

"Dopo la tragedia del Ponte Morandi siamo stati additati all’opinione pubblica come una famiglia di avidi speculatori", piagnucolò qualche mese dopo, su Repubblica, Luciano Benetton. E sì, perché quello che è giusto è giusto, e se nonostante quella tragedia – che Benetton sempre nella stessa intervista definisce "disgrazia inevitabile" – lui e la sua famiglia hanno continuato per anni a incassare soldi con le autostrade, ci sta che vengano indennizzati per i mancati guadagni. Con buona pace delle parole da lupetto dei vari Conte, Toninelli, Di Maio e compagnia che ingenuamente, sulle macerie del Morandi, promisero che i responsabili sarebbero stati severamente puniti e la concessione autostradale ritirata immediatamente. "Addavenì", avrebbe commentato Totò.

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