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25.04.2022 - 07:27
Aggiornamento: 19:39

Battuto il populismo (e anche Putin)

La rielezione comoda di Macron allontana, per ora, la minaccia populista che rimane all’orizzonte

di Aldo Sofia
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Keystone
Altri cinque anni all’Eliseo

Sia chiaro, spesso le vittorie elettorali non sono facili da gestire. Non lo sarà nemmeno questa, prevista e finalmente ottenuta da Emmanuel Macron. Con un risultato (oltre il 58% dei voti) più sostanzioso di certi pronostici, che probabilmente hanno mobilitato più del temuto.

Comunque, dopo due presidenti ‘bruciati’ al termine di un solo mandato (Sarkozy sconfitto nelle urne, Hollande per abbandono) l’ottavo capo dello Stato della Quinta Repubblica rimane all’Eliseo dopo un quinquennio per nulla facile: dai gilet gialli agli scioperi dei ferrovieri, dalle proteste giovanili agli interventi muscolari della polizia, dal biennio dell’emergenza sanitaria alla tragedia ucraina, dalle sanzioni alle sue ricadute economiche anche su questa parte della nuova cortina di ferro alzata da Putin scatenando la sua guerra.

Bilancio di un lustro, il suo, non disonorevole, (fra l’altro un milione e 200mila posti di lavoro in più). Ma l’incertezza c’era, per tre motivi: 1. una Francia che – nonostante una capillare assistenza sociale, la settimana lavorativa di 35 ore, una bassa produttività, un pensionamento a 62 anni – conosce comunque marginalizzazione sociale, sindrome d’abbandono nelle periferie, senso di identità nazionale perduta nel fenomeno migratorio e nei flussi della mondializzazione che ha ridimensionato anche il mito della grandeur, che dunque regolarmente si infiamma di protesta popolare; 2. a causa della personalità del presidente, colto, preparato ma freddo saccente, considerato il presidente dei ricchi per i vantaggi fiscali garantiti agli industriali, e "caratterialmente il più detestato capo dello Stato nella storia recente", diceva ancora ieri lo storico Marc Lazar; 3. per l’ampio variegato fronte dell’anti-establishment e dell’anti-sistema cresciuto in questa esplosiva miscela di insoddisfazione. È il contesto che aveva alimentato le speranze di Marine Le Pen, la quale ha smesso, ma solo occasionalmente, l’abito dell’estrema destra fascista, xenofoba, antieuropeista, per concentrarsi su potere d’acquisto e su ricette economiche che anche i tecnici meno critici hanno definito ‘disastrose’ per il Paese. ‘Bleu Marine’ uscirà di scena, e non dispiacerà all’estremista Eric Zemmour (la destra della destra) che spera di sostituirla alla guida di un nuovo fronte reazionario.

La scelta era fra due modelli di società, due civiltà contrapposte. Era fondamentale la diga repubblicana anti-Le Pen. Il comodo successo di Macron elimina la scelta peggiore, che avrebbe fatto esultare Putin. Il presidente rieletto ne terrà conto per riequilibrare la sua politica interna, anche in senso più ambientalista? Sollevata l’Europa, comunque consapevole che il sovranismo rimane una minaccia nel suo orizzonte. Ma manca il passo finale. Si torna alle urne in giugno per il voto legislativo. Di solito favorisce l’inquilino dell’Eliseo. Ecco il problema di gestire la vittoria. Macron dovrà riaffrontare un Paese frammentato, dove sono stati affossati neogollisti e socialisti, e con la sinistra radicale in crescita di Jean-Luc Mélanchon, già ripartito all’attacco. Maggioranza assoluta o coabitazione obbligata? Sarà l’ultima incognita, e non minore, della scelta francese.

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