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laR
 
21.04.2022 - 05:30
Aggiornamento: 15:40

Spegniamo YouTube, torniamo sotto i palchi

Riappropriarci dell’abitudine ad andare a un concerto vuol dire affrontare e superare l’angoscia di questi anni. Ne va della nostra salute mentale

di Marco Narzisi
spegniamo-youtube-torniamo-sotto-i-palchi
Depositphotos
Piccoli (grandi) riti

Fino a due anni fa, stare in mezzo a migliaia di persone a un concerto era una delle esperienze più ricercate. Tutti abbiamo negli occhi la marea umana del Live Aid o del grande raduno metallaro del Wacken. Poi, la pandemia ha appiccicato a quei contesti un’etichetta asettica che evoca inquietudine e paura: assembramento. Il corpo vivo e pulsante mosso all’unisono dalle vibrazioni della musica e dal carisma di un frontman si è trasformato, nell’immaginario collettivo post-pandemico, in una mera accozzaglia d’individui in cui il virus fa festa. Ciò, è vero, aveva senso nelle fasi acute della pandemia: basti pensare alla partita Atalanta-Valencia, ritenuta una delle principali cause della tragedia vissuta nel Bergamasco durante la prima ondata. Adesso, con il progressivo ritorno alla normalità, ci si chiede: vogliamo davvero tornare ai concerti?

In un servizio di qualche giorno fa sulla musica dal vivo era stato sollevato il dubbio che, oltre che l’ancora persistente paura, nel pubblico sia sopravvenuta una disabitudine all’idea stessa di assistere a un concerto. Come se andare in un bar per un live nel weekend o a un open air estivo non facesse quasi più parte della nostra routine. O, quanto meno, non nella forma a cui eravamo abituati, in piedi gomito a gomito con altre persone, in movimento e non forzatamente seduti: il che offre, sì, un’esperienza di ascolto più completa, ma priva la musica della sua parte più istintiva, quella del ballo e del coinvolgimento fisico oltre che mentale. All’improvviso, ciò che facevamo fino a due anni fa ci sembra quasi estraneo, addirittura pericoloso: aspettare per ore davanti ai cancelli o appiccicati alle transenne in mezzo a decine di sconosciuti con i quali per due ore si condividevano respiri, sudore e qualche bottiglia (e anche un po’ di amichevoli botte nel pogo più classico) fino al lento defluire del fiume di persone verso l’uscita. Piccoli riti che fanno parte del cerimoniale profano del concerto dal vivo e che oggi sembrano reliquie di un passato lontano. Ma, probabilmente, proprio il riappropriarsi di quei gesti e quei riti può marcare più nettamente il ritorno alla tanto decantata normalità, al di fuori della comfort zone che molti di noi si sono (anche a ragione) creati espungendo la socialità dalla propria quotidianità e che per molti ha finito per diventare essa stessa la normalità.

Al netto della giusta prudenza, ricominciare vuol dire anche rialzarsi, letteralmente, in piedi scrollandosi di dosso l’inquietudine di questi ultimi due anni e ritrovarsi ancora insieme sotto un palco. C’è chi, forse, urlerà (ancora) all’irresponsabilità: ma bisogna decidere, a un certo punto, quanto di questa marea nera che abbiamo attraversato vogliamo ancora portarci addosso, e quanto a lungo. Riappropriarci dell’abitudine ad andare a un concerto vuol dire affrontare e superare l’angoscia che ha sovrastato la nostra psiche per due anni. Ne va, dunque, della nostra salute mentale. Ma anche, e soprattutto, del destino di tutti i lavoratori del settore, già duramente provati da due anni di stop e aiuti a singhiozzo. Siamo stati solidali con i ristoratori tornando a riempire bar e ristoranti per supportare il settore dopo mesi di take-away: ora, è davvero tempo di sostenere la musica dal vivo spegnendo YouTube e tornando sotto i palchi.

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