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laR
 
22.04.2022 - 05:30
Aggiornamento : 15:59

L’altruismo di chi parte e le vite salvate

Decidere in vita se si vuole donare o meno i propri organi è un fardello in meno che lasciamo a chi resta

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Una cosa sola è certa, un giorno lasceremo il nostro corpo. Non ci servirà più. Lo cambieremo (forse) come si toglie un vestito vecchio, per indossarne un altro nuovo. Ci lasceremo indietro tante altre cose. Affetti, soldi, proprietà varie. Le questioni materiali sembrano più facili da regolare, si decide a chi andrà che cosa, e lo si scrive in un testamento. È più difficile pensare che cosa fare del proprio corpo. L’altruismo di chi parte, può salvare la vita a diverse persone. Lo sappiamo, ma fatichiamo comunque a pensare al nostro corpo senza di noi, al nostro cuore che batte in un altro petto, magari di un bambino. Eppure a noi quel cuore non serve più.

Solo il 16% degli svizzeri ha una tessera di donatore di organi, malgrado nei sondaggi il 75% circa del popolo elvetico si dice favorevole a donare i propri organi in caso di morte cerebrale. Qualcosa non torna. Forse il tema è talmente intimo che i sondaggi non riescono a fotografare le reali intenzioni degli svizzeri. Di fatto, quello che succede nelle cure intense degli ospedali, quando un potenziale donatore muore improvvisamente, è che nel 60% dei casi i familiari, sotto shock, decidono di non donare gli organi del loro caro. Forse perché in quei momenti drammatici si prende la decisione che appare meno dolorosa. A onor del vero il Ticino è quasi una mosca bianca in Svizzera, è un cantone tra i più generosi.

C’è comunque uno spirito solidale diffuso, registrato dai sondaggi, che non si concretizza in più organi per le 1’434 persone in lista di attesa. Ogni settimana muoiono fino a due persone aspettando un trapianto.

In Svizzera il tasso di donazione d’organi è più basso rispetto a diversi Paesi europei. Per questo motivo, si vuole cambiare modo di affrontare la questione, passando da un sistema di consenso esplicito a un modello di consenso presunto. Oggi la donazione avviene se l’interessato in vita si è espresso a favore. Se dovesse passare la modifica della legge sui trapianti in votazione il 15 maggio, chi non vuole donare i propri organi dovrà dichiararlo. Sembra un cambiamento da poco, ma non è così. Se oggi la normalità è non donare i propri organi, in futuro il presupposto sarà l’opposto: tutti, in caso di morte cerebrale, diventano potenziali donatori. È un modo per ‘invitare’ gli svizzeri a prendere posizione sul tema e non lasciare i propri parenti a brancolare nel buio. Un fardello che ciascuno dovrebbe regolare, senza scaricarlo sulle spalle di chi resta.

Ben venga dunque un sistema che permetta di fare più luce sul volere delle persone, perché questo è lo scopo, rispettare le intenzioni di chi parte, che troppo spesso nessun parente conosce. E comunque anche col nuovo modello, per chi non si è espresso in vita, sarà la famiglia a decidere.

C’è chi obietta che il silenzio non può valere come un consenso, che sarà difficile riuscire a informare tutti adeguatamente. Infatti chi non vuole donare i propri organi dovrà segnalarlo su un registro nazionale. Lo Stato dovrà fare l’impossibile per informare in modo capillare tenendo conto anche delle minoranze che vivono in Svizzera. Così che ciascuno possa decidere liberamente, seguendo le proprie credenze, prima di arrivare al confine tra vita e morte.

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