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Tra i pro e i contro manca la chiarezza
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laR
 
12.04.2022 - 05:30
Aggiornamento: 17:11

Alleanza Lega-Udc, un accordo dei leader per i seggi dei leader

Dietro la probabile intesa tra leghisti e democentristi per le prossime elezioni c’è più l’ambizione personale degli eletti che un vero discorso d’area

Se verrà davvero firmata, l’alleanza tra Lega e Udc per i prossimi appuntamenti elettorali non avrà né basi solide a sostenerla, né una prospettiva che vada al di là della contingenza e degli interessi personali di pochi.

L’intesa che dovrebbe unire leghisti e democentristi in una lista unica per la corsa al Consiglio di Stato della prossima primavera, in una congiunzione di liste per il Consiglio nazionale pochi mesi dopo (atta a ‘blindare’ anche il seggio agli Stati di Marco Chiesa) e a lasciare ancora all’interno dell’area il sindacato di Lugano, risponde più alla volontà di salvare il seggio di chi maggiormente desidera questa alleanza, che al mettere davvero la politica al centro.

Niente di male, beninteso. E non sarebbe nemmeno la prima volta: basti pensare alla sciagurata congiunzione ‘tecnica’ tra Plr e Ppd alle scorse federali. Ma le premesse a destra, in questo caso, non convincono per più di qualche motivo al di là del risultato che otterranno. La Lega sa che senza i voti dell’Udc i due seggi in Consiglio di Stato sarebbero difficilmente difendibili, l’Udc di rimpallo sa che senza accordo Chiesa faticherebbe a confermarsi alla Camera dei Cantoni: una sua mancata rielezione, da presidente nazionale dell’Udc, porterebbe con sé conseguenze non indifferenti.

I patti vengono firmati dai leader, ma quando a sostegno c’è una visione politica orientata al futuro acquistano in efficacia e, soprattutto, in credibilità e chiarezza. Livello che non sembra ancora essere stato raggiunto a destra, e siamo al secondo motivo per cui le premesse di questo accordo non convincono del tutto.

Alle ultime cantonali la Lega ha perso ben quattro granconsiglieri, l’Udc ne ha guadagnati due. Alle federali di pochi mesi dopo, i leghisti hanno perso il seggio al Nazionale di Roberta Pantani, ottenuto poi dal presidente cantonale democentrista Piero Marchesi col passaggio di Chiesa agli Stati. Alle Comunali del 2021, a Lugano ben due democentristi si sono piazzati come primi subentranti davanti alla leghista Sabrina Aldi, con la conseguenza che dopo la morte improvvisa del sindaco Marco Borradori e l’entrata in municipio di Tiziano Galeazzi gli equilibri sono passati dal 3-0 al 2-1.

Questo excursus è fondamentale per comprendere come un’intesa dove i contraenti sono uno in calo e uno in rampa di lancio nasconde più incognite che certezze, soprattutto se si guarda al prossimo futuro. Per quanto, è lecito chiedersi, l’Udc sarà ancora disponibile a fare da portatrice d’acqua per i due consiglieri di Stato leghisti? Uno, Norman Gobbi, ha la doppia tessera; l’altro, Claudio Zali, eufemisticamente non è mai stato entusiasta delle corse in tandem. Ma tant’è, i seggi confermati sono (e saranno?) i loro e quindi la Realpolitik trionfa anche coi sorrisi tirati.

E l’Udc? L’Udc potrà continuare certamente ad accontentarsi di confermare i seggi a Berna e a osservare la propria crescita. Ma fino a quando si accontenterà di essere socia di minoranza quando per distacco è il primo partito nazionale e i segni più agli ultimi appuntamenti elettorali in Ticino si susseguono? Cosa succederà quando alle ambizioni dei leader si uniranno – davvero – temi che, come la tassa di collegamento, creano dissapori non più classificabili come ‘mal di pancia’? O quando la scarsa inclinazione leghista a sostenere alcuni dossier economici del capogruppo Udc Sergio Morisoli, ieri l’ultimo esempio sul welfare state, supererà il livello di guardia?

Assieme alla volontà di salvare i seggi, è bene che sia protagonista anche la politica. Quella vera.

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