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01.04.2022 - 05:15
Aggiornamento: 16:51

L’infelice tribù della lametta

Non vogliono togliersi la vita, cercano di sopravvivere. Usano il dolore per scacciare un dolore mentale intenso e insopportabile

C’è sempre un dentro e un fuori. Si può ribollire dentro e mostrarsi sereni fuori. Ma la tribù della lametta non scende a compromessi. Sulla pelle di questi adolescenti c’è incisa tutta la loro sofferenza. Si tagliano braccia e gambe, si bruciano con la sigaretta, si graffiano, danno testate o pugni al muro, si mordono. Si fanno male e lo fanno di nascosto. Non vogliono togliersi la vita, cercano di sopravvivere. Usano il dolore per scacciare un dolore intenso e impalpabile che esplode dentro la loro testa. Dalla mente tentano di spostarlo sul corpo. C’è chi nasconde le cicatrici con maniche lunghe. C’è chi le esibisce (pochi in verità!) come guerrieri della mente. Un inferno invisibile, purtroppo sempre più diffuso, che preoccupa gli psichiatri. Abbiamo deciso di rompere questo tabù e portarlo alla luce perché il disorientamento di molti giovani è drammatico. Così ci dice la responsabile sanitaria della clinica Santa Croce, la psichiatra Sara Fumagalli, ad Orselina, ogni settimana vengono ricoverati 3-4 giovani con gravi squilibri emotivi. I genitori sono spaventati e disarmati davanti a tanta sofferenza, non sanno che cosa fare o non fare.

Mentre ci apprestiamo a chiudere l’era Covid – almeno questa è la speranza – con l’azzeramento delle restrizioni emerge in tutta la sua drammaticità l’onda lunga di problemi psicologici. I più esposti sono i giovani. Separati dagli amici, dai loro abbracci, per un po’ anche dai compagni di scuola, si sono ritrovati orfani di un contesto aggregativo che funge da ammortizzatore allo stress, un ambiente dove costruire relazioni positive. Hanno trascorso ore a chattare, giocare ai videogame, a fissare il soffitto. Sono aumentati i problemi d’insonnia, ansia, panico, insomma tensioni in quantità mai viste. C’è chi le scarica fuori (come il branco condannato di recente per aver brutalmente picchiato un 18enne nel Luganese) e chi le scarica infliggendosi tagli.

In questo viaggio nel disagio giovanile ci accompagnano tre ragazze ventenni: Melanie, Nicole e Rachele. Superata la vergogna di mettere a nudo la loro intima fragilità ci spiegano perché si fanno del male. Ci aiutano a dare un senso a qualcosa che un senso non ce l’ha. Scacciano il dolore col dolore: «Appena vedo il sangue uscire, anche l’angoscia esce fuori». La fisiologia dà una spiegazione: dopo una ferita vengono rilasciate endorfine che danno benessere. Si fanno male per non sentire il vuoto, per sgonfiare un dolore insopportabile. L’autolesionismo può regolare la sofferenza emotiva: il dolore fisico sembra più tollerabile rispetto a quello psicologico.

Come società, c’è da chiedersi da dove viene tanta rabbia (solo dalla pandemia?) e come aiutare ragazzi e famiglie. Molti genitori davanti alle cicatrici stanno zitti o dicono ‘devi reagire’. Non sanno come aiutarli vuoi per mancanza di empatia, vuoi perché troppo giudicanti, vuoi perché troppo impegnati. Il rischio è quello di ritrovarsi con una tribù di futuri emarginati in assistenza. Ai giovani serve chi li tenga per mano nei momenti di sofferenza e li aiuti a costruire un’identità solida per diventare adulti equilibrati, pronti ad attraversare le mareggiate della vita. Fanno questo percorso in clinica, spesso ci arrivano dopo un tentato suicidio. Farlo prima sarebbe meglio per tutti.

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