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laR
 
28.12.2021 - 05:30

Mendrisiotto, un anno sulle barricate

Nel 2021 il Distretto ha fatto sentire la sua voce su dossier cruciali. Tra passi avanti (le aggregazioni) e passi indietro (i salari)

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Ti-Press
I momò non le mandano a dire

Al netto dell’emergenza sanitaria da Covid-19 – che non sembra proprio voler lasciare la presa –, questo 2021 è stato per certi versi sorprendente per il Mendrisiotto. Il Distretto ha, in effetti, ritrovato la voglia di lottare per le cose che contano, riuscendo persino a superare gli steccati locali. E non succedeva da un po’. Da queste parti si è capito, infatti, che mai come in questo tempo occorre riprendersi il proprio posto nella politica cantonale, e pure in quella federale. In caso contrario, pur essendo una realtà geografica con ben due poli di riferimento – Mendrisio e Chiasso – si rischia di soccombere, derubricati ad appendice di qualcun’altro. Lo si è toccato con mano quando la regione si è ritrovata, da una parte, con meno collegamenti ferroviari verso nord (e senza la possibilità concreta, per ora, di veder sbarcare AlpTransi a sud) e dall’altra con la prospettiva di un maxi cantiere autostradale che non convince del tutto la politica e per niente i cittadini. Di fronte al progetto della terza corsia dinamica fra Lugano e Mendrisio, prima, e l’annuncio di un’area di sosta riservata ai Tir tra Codrerio e Balerna, poi, si è compreso in effetti che il potere contrattuale di questo territorio si è alquanto ridotto. Alla rassegnazione, però, istituzioni comunali e popolazione hanno preferito l’azione, facendo sentire chiara la voce di un Distretto convinto di aver già pagato pegno in termini ambientali.

È vero, sin qui missive, appelli e petizioni non sono riusciti a smuovere un granché l’autorità cantonale o a far indietreggiare Berna. Il potenziamento dell’A2 procede, quanto alla corsia per i camion l’autorità federale non intende rinunciarci (non c’è Centro di controllo dei veicoli pesanti di Giornico che tenga). Il Distretto, però, sembra determinato a resistere. Anzi, a cogliere ogni occasione per marcare presenza e, perché no, fare lobby, anche al di fuori delle proprie frontiere, per assicurarsi che la rotta del Gottardo rimanga quella prediletta e più diretta. Per centrare gli obiettivi, a questo punto, serve compattezza sul territorio e un maggior peso specifico. Una esigenza sentita, d’altro canto, sul piano regionale e che ha convinto il Basso Mendrisiotto, sino a oggi restio, a sedersi attorno a un tavolo per confrontarsi sul tema dell’aggregazione, andando al fondo della questione. Certo, non si è che all’inizio di un processo lungo, ma almeno il ghiaccio è stato rotto dopo quattordici anni di (quasi) silenzio. Oggi come oggi ogni passo avanti, infatti, è utile e importante a fronte di dossier troppo importanti – dalla mobilità sostenibile alla capacità dei Comuni, che hanno retto sin qui all’urto della pandemia, di investire – e cruciali per il futuro di questo territorio. Di passi indietro, infatti, se ne compiono già anche troppi. Uno che ci ha riportato di botto nel passato è il ‘caso’ emerso a inizio settembre nel settore industriale del Mendrisiotto. Tre ditte manifatturiere resistenti all’applicazione del salario minimo - legge dal primo dicembre - hanno aperto una breccia che spariglia le carte e fa ribollire il dibattito politico. Alleati TiSin e Ticino Manufacturing, è stato siglato un Contratto collettivo che non solo congela le buste paga dei lavoratori, ma non le adegua alla nuova norma e ai fatidici 19 franchi l’ora. Il Tribunale federale ha rimesso il poverbiale campanile al centro del villaggio, gelando queste aziende e chi le ha seguite. Si arrenderanno? Lo vedremo nel 2022.

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