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laR
 
24.11.2021 - 05:30
Aggiornamento: 18:53

Poveri infermieri, eroi usa e getta

Investire nella formazione senza migliorare le condizioni di lavoro è come versare acqua in una brocca bucata

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Le cifre sono allarmanti. Stando all’Osservatorio svizzero della salute, in Svizzera mancheranno 65’000 infermieri e infermiere entro il 2030. Già oggi questo settore registra 11mila posti vacanti. Senza il personale reclutato massicciamente in Italia, gli ospedali ticinesi chiuderebbero; la pandemia ci ha mostrato che cosa significa, per un settore così delicato, dipendere dal frontalierato. Abbiamo rischiato la paralisi delle strutture sanitarie. A migliaia di infermiere/i abbiamo chiesto di rischiare la loro vita nei reparti Covid, continuiamo a chiedere loro di lavorare senza tregua, dando il massimo e oltre, andando avanti mese dopo mese annaspando tra l’ansia di non sapere e troppi morti. Dietro a questi camici, ci sono mamme e papà, sorelle e fratelli, figlie e figli. Tante persone che fanno salti mortali tra famiglia e lavoro, bruciando in pochi anni l’entusiasmo per una professione scelta per vocazione. Una passione che si spegne dopo il violento ‘scontro’ con una realtà fatta di troppe ore supplementari, di continua pressione al risparmio, di turni spossanti, di orari irregolari, di tempi di recupero troppo corti per ritrovare le forze, di frustrazione per il poco tempo da dedicare ai pazienti, a tal punto che alla fine di una giornata di lavoro molti tornano a casa delusi e con la coscienza sporca, consapevoli di non aver potuto fare il possibile per i malati. Alla lunga tutto ciò è davvero logorante.

Così ha spiegato su questo giornale Yvonne Ribi, la segretaria generale dell’Associazione svizzera infermiere. Quando si bussa alla porta dei datori di lavoro, la risposta è sempre la stessa: «Non ci sono soldi da investire in nuovo personale». Davanti a questi muri di gomma e davanti a tanta fatica, il 46% degli infermieri getta la spugna. Altro che eroi, piuttosto persone usa e getta. Quasi uno su due lascia la professione. Il Covid ha peggiorato una situazione già al limite.

A che cosa serve investire nella formazione di personale qualificato se poi questo scappa? È come versare dell’acqua in una brocca bucata. Sarebbero tanti soldi pubblici buttati via. È proprio questo il nocciolo della questione della votazione del 28 novembre per cure infermieristiche forti.

La categoria chiede alla Confederazione con l’iniziativa di migliorare le condizioni di lavoro e che venga iscritto un regolamento sui salari nella Costituzione federale. A loro non basta l’iniezione di un miliardo di franchi (come propone il controprogetto avallato dal Parlamento) nella formazione, perché molti di questi professionisti, dopo qualche anno di super lavoro, rischiano di scappare a gambe levate. Un terzo lascia infatti nei primi anni perdendo in corsia l’idealismo iniziale che lo aveva motivato verso la professione.

La popolazione ha riconosciuto il loro lavoro, li ha applauditi come eroi, ma la politica non sta facendo abbastanza e dovrà rifare i compiti, perché l’iniziativa è data vincente dai sondaggi. È vero che ogni concessione va misurata, per non far salire i costi della salute (già esorbitanti) e i premi di cassa malati.

Ma qui stiamo parlando di professionisti, mai ascoltati, che si prendono cura di altre persone in un momento di estrema fragilità. Mettiamoli in condizione di fare il loro lavoro con dignità, se rispettiamo le loro esigenze faranno meno errori, ci saranno meno riospedalizzazioni, meno morti e alla fine anche meno costi.

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