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26.11.2021 - 08:000
Aggiornamento : 17:46

Rete Uno: trattateci come esseri intelligenti, vi prego

Raramente mi deprimo e raramente inizio di malumore una giornata. Ma da una decina di giorni, ascoltando Rete Uno, mi capita ogni giorno

Dalla conferenza stampa di Mario Timbal a inizio ottobre, mi ero messa a sperare. Avevo capito che Rete Uno avrebbe avuto un nuovo palinsesto, aggiornato, migliorato, adeguato. C’era un aspetto sul quale non avevo dubbi: Modem, che è chiaramente uno dei migliori prodotti di tutta l’azienda, avrebbe finalmente avuto qualche minuto in più per respirare. 35 minuti sono troppo pochi, tutti lo dicono, da anni. È di qualità altissima, è utile per farsi un’opinione quando si vota, per approfondire i temi di attualità; invita tanti ospiti, fa acrobazie senza pari per offrire un concentrato di approfondimento, e alla fine lascia un solo desiderio: potesse durare quarantacinque minuti, cinquanta, un’ora...

Ma no. Modem, non è stato allungato, non gli si è dato qualche minuto in più per respirare. Modem ha perso qualche minuto.

Si è spostata un po’ di informazione in formati o orari diversi: alla mattina, a Sei di sera, senza grandi cambiamenti. Però durante il giorno c’è più infotainment, quel chiacchiericcio continuo che un po’ parla di attualità, restando in superficie, sempre un po’ con il timore di essere troppo pesanti, seri, noiosi. «Ascoltiamoci una musica, dopo le notizie, per alleggerirci un po’», dice un animatore, dopo i quattro minuti di titoli alle 8 del mattino. Ascoltiamoci una musica? Alleggerirci un po’? Ma davvero la radio serve solo a passare il tempo quando si è incolonnati nel traffico?

Non è aumentato l’approfondimento, non ci sono nuovi programmi di informazione o reportage, in compenso però sono aumentati gli interventi del pubblico. Io vorrei capire chi ha piacere ad ascoltare opinioni non richieste, non filtrate, che di solito abbassano il livello della discussione. Davvero un giornalista deve fare pausa per leggere i messaggi che arrivano? A me viene da pensare che se aveva bisogno di una voce in più chiamava in studio un altro esperto, no? Sono una minoranza, quelli che chiamano. Diamogli uno spazio, ma proviamo a immaginare ancora un orecchio curioso che ascolta senza smaniare per dire la sua. Dico la mia al bar, in famiglia, sui social: lasciamo in pace almeno la radio.

Avrei avuto voglia di scoprire una Rete Uno diversa, in questo mese di novembre, con meno sfoggio di battute imbarazzanti e più attenzione a chi usa la radio per capire meglio il mondo. Pensavo che la professionalità altalenante fosse una mancanza, ma adesso sembra una scelta. Paura di annoiare dicendo “le cose serie”? Ma perché le banalità non fanno altrettanta paura? Io lo so per mestiere che non è sempre possibile dare il massimo o riuscire ad appassionare ogni volta i propri ascoltatori. Però mi piacerebbe provarci, crederci, in barba alle leggi dei clic.

Mi viene da implorare: trattateci come esseri intelligenti, vi prego. Appassionatevi a quello che dite. Non provate a farci ridere, se non siete per natura divertenti. Dateci di più; abbiamo fame, abbiamo sete, abbiamo brama di tornare a un servizio di informazione e intrattenimento che punti a nutrirci il cervello.

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