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laR
 
16.08.2021 - 05:30
Aggiornamento: 13:26

Quando il cinema si fa duro, il festival inizia a giocare

Si è chiusa un'edizione particolare del Locarno film festival, ma le sfide più grandi sono ancora da affrontare

di Ivo Silvestro
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“Come hai trovato questo festival?”. È una domanda alla quale non si può sfuggire, in questi giorni, e va bene così: testimonia un attaccamento al festival che è prezioso, anche perché non riguarda solo cinefili e appassionati ma un po’ tutti, inclusi quelli che come risposta ascoltano solo un “era meglio prima”. Prima di cosa poi? Del Covid, dell’ultima direzione artistica, del video on demand, della chiusura del Grand Hotel, dell’avvento del sonoro?
Ma è anche una domanda che mette i brividi, a voler cercare di dare una risposta sensata. Così cerchi di cavartela con uno sguardo un po’ allusivo, soprattutto se a farti quella domanda è il barista che ti sta servendo la birra che tanto hai atteso dopo una giornata passata a correre tra una proiezione e un’intervista. “Eh, capisco…” la replica e finalmente puoi allontanarti con l’agognato bicchiere in mano.
Il Locarno film festival è complesso e con oltre duecento film in programma, quasi la metà in prima mondiale, più gli incontri e le conferenze stampa, è impossibile seguire tutto. Ed è impossibile poter dare un giudizio su tutto, dalla Retrospettiva alla Piazza, dai Pardi di domani al Concorso senza dimenticare gli incontri e la Rotonda (la cosiddetta ‘Locarno experience’ non si limita al cinema). Ma ancora più complessi sono i tempi in cui viviamo. Lo si è già detto: questa edizione del Locarno film festival ha su di sé il peso di tante aspettative, quelle “normali” – la prima di un nuovo direttore artistico, i 50 anni di Piazza Grande, l’avvicinamento all’anniversario del 75º – e quelle straordinarie, con la volontà e la necessità di riaffermare una certa di idea di cinema, di cultura, di vivere insieme in un contesto di misure sanitarie e di fruizione audiovisiva sempre più privata e individualizzata. In questo contesto questa 74ª edizione si è difesa bene: nonostante la concorrenza delle piattaforme di streaming e degli altri festival – tutti più ravvicinati a causa dei rinvii primaverili – si è riusciti ad avere buoni film; gli ospiti internazionali e gli incontri non sono mancati; le misure sanitarie hanno imposto controlli, mascherine e prenotazioni, ma va riconosciuto un notevole sforzo per lasciare i festivalieri più liberi possibile. E questo quando non era scontato, soprattutto per un festival di pubblico come è Locarno, riuscire ad avere una manifestazione completa.
Si è difeso bene, il Locarno film festival, ma adesso che l’emergenza lascerà il posto a una (nuova) normalità bisognerà giocare in attacco. Perché – prendiamo a prestito il discorso di Bluto in ‘Animal House’, proiettato in Piazza Grande venerdì sera in onore di John Landis – “when the going gets tough, the tough get going”, quando il gioco si fa duro i duri iniziano a giocare. E in una situazione in cui non si sa quanta gente tornerà al cinema, il gioco è certamente duro, con il rischio che i festival diventino ancora di più una riserva protetta di un’arte non più popolare. La buona notizia è che tra i duri su cui la squadra del festival può contare c’è un nuovo arrivo: Kevin B. Lee, che tra pochi mesi inizierà il suo incarico di ‘Locarno Film Festival Professor for the Future of Cinema and Audiovisual Arts’ all’Università della Svizzera italiana. Nei primi giorni del festival si è presentato, illustrando brevemente il suo approccio e i suoi progetti, mostrando una grande attenzione ai nuovi linguaggi mediali e un profondo rispetto per la ricchezza dell’esperienza cinematografica, cosa che fa ben sperare.
L’edizione numero 75 sarà importante non solo per l’anniversario che in qualche maniera andrà celebrato, ma ancora di più perché dovrà riaffermare il valore e il senso del cinema e di un festival.
“E quindi, come hai trovato questo festival?”. Diverso. E adesso mi bevo la mia birra, ottimista per le prossime edizioni.

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