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laR
 
21.06.2021 - 05:30
Aggiornamento: 12:33

Svizzera, la reazione c’è stata, ma era un atto dovuto

Il successo per 3-1 ai danni della Turchia è figlio dell'orgoglio che era però lecito pretendere, dopo la figuraccia di Roma

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La reazione c’è stata, la prendiamo e la portiamo a casa, ma senza dare fiato ai cori trionfali e alzare i toni della festa. Era il minimo che ci potesse essere, dopo la pessima figura fatta contro l’Italia e l’ammissione di colpa per bocca anche del direttore della Nazionale Pierluigi Tami. Accusati di scarso attaccamento e di un atteggiamento sbagliato – tutte critiche legittimate dalla partita di Roma, peraltro, nonché da qualche sbandata di troppo sul piano del rigore e dell’applicazione – i rossocrociati hanno risposto nel miglior modo possibile a una situazione a un niente dall’essere compromessa, ossia con un successo che li avvicina a quello che resta però pur sempre l’obiettivo minimo, l’accesso agli ottavi di finale, il superamento di una fase a gironi rimessa in piedi grazie a un successo pieno che vale però solo il terzo posto e un probabile ripescaggio quale una delle quattro migliori terze classificate su sei. Meglio di niente, ma le fanfare tacciano.

Reazione doveva essere, e reazione c’è stata. Segno che stavolta, contrariamente a quanto era successo contro gli Azzurri (il motivo dovrà per forza essere oggetto di attenta analisi, a bocce ferme), il messaggio è passato. La squadra, tornata per l’occasione a essere tale, lo ha recepito e capito, traducendolo in una vittoria che la riconcilia con il torneo e, almeno temporaneamente, con i tifosi che non riuscivano a capacitarsi della bruttezza di cinque giorni fa all’Olimpico, tanto erano stati delusi e disorientati.

Non solidali a Roma, a Baku i rossocrociati hanno invece fatto prova di coesione e compattezza. A immagine di certi convinti abbracci, dei tocchi d’intesa, del gradimento anche in occasione di tentativi andati a vuoto o falliti. Da slegata e litigiosa, a compatta e solidale il passo è notevole, ma è anche quanto si pretende da una squadra che in campo scende con un obiettivo comune al quale tutti hanno il dovere di credere, altrimenti tanto varrebbe starsene a casa.

Sono tante le cose che la Svizzera ha ritrovato, una volta colpevolmente messasi – più che trovatasi – con le spalle al muro. A partire dall’orgoglio, che può smuovere le montagne, se incanalato nel modo giusto; la mano di Petkovic, che ha tolto Rodriguez da una fascia sulla quale è inutile (meglio Zuber, che fenomeno non è ma ha gamba e cuore) per metterlo al posto di Schär che ha piede ma non testa (non sempre) né condizione. Piccoli accorgimenti decisivi. Poi c’è Shaqiri, un po’ eterno equivoco, un po’ salvatore della patria con gesti eclatanti: stavolta è doppietta, che sulla bilancia compensa però solo in parte troppe partite dal rendimento insufficiente. Serviva un guizzo, ce ne ha regalati due. Lui è così: prendere o lasciare. Petkovic ha deciso di provare ancora una volta a prendere, e ha avuto ragione. Infine Sommer e Seferovic, decisivi, e Xhaka, esemplare. Ritrovati, anch’essi, dopo averli persi.

Un’altra Svizzera, con cuore e orgoglio. Farne prova era un atto dovuto, da parte dei giocatori. A loro stessi, a chi in questa Nazionale crede ancora. Controprestazioni come quelle di Roma sono e restano intollerabili. Strappo ricucito? Diciamo toppa, o pezza, messa lì al momento giusto. Attendiamo, curiosi di capire quanto davvero dista Baku da Roma. Non solo in miglia aeree.

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