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laR
 
10.06.2021 - 05:30

Avs 21, quando l’esperienza non insegna

Il Parlamento aumenta a 65 anni l’età di pensionamento delle donne. Ma le compensazioni sono insufficienti. Una scelta che potrebbe costare cara alle urne

avs-21-quando-l-esperienza-non-insegna
Keystone
Transizione

L’ultima vera e propria riforma dell’Avs? 24 anni fa. Allora fu possibile portare l’età di pensionamento delle donne da 62 a 64 anni, in due tappe, grazie a generose misure compensatorie. Tre successivi tentativi di ritoccarla verso l’alto sono falliti in Parlamento (2010) o alle urne (2004, 2017), poiché sprovvisti di un’adeguata contropartita. Il Consiglio federale lo sa: l’esperienza – scrive nel messaggio sulla riforma Avs 21 – dimostra che la concessione di misure compensatorie sufficienti permette di convincere [in una votazione popolare] anche molte persone contrarie all’aumento dell’età di riferimento delle donne. Il discorso vale anche per la riduzione delle rendite, e per la previdenza professionale: nel 2010 un abbassamento ‘secco’ – senza compensazione – dell’aliquota di conversione Lpp venne spazzato via da una valanga di ‘no’ (72,2%).

Il Parlamento adesso ci riprova. Come il Consiglio degli Stati, anche il Nazionale vuole aumentare da 64 a 65 anni l’età di pensionamento delle donne. Significa in pratica che una donna dovrà lavorare un anno in più per ricevere la stessa rendita che riceve oggi. La sinistra denuncia «un peggioramento delle rendite di 1’200 franchi all’anno in media» (Barbara Gysi), perché «un aumento dell’età di pensionamento è [de facto, ndr] una diminuzione di rendita» (Mattea Meyer). Referendum in canna, Ps, Verdi e sindacati censurano una riforma fatta “sulle spalle delle donne”. Donne – è bene ricordarlo – campionesse del lavoro non retribuito, già discriminate sul piano salariale, svantaggiate a livello occupazionale e pensionistico. E ora anche sacrificate sull’altare della stabilizzazione del primo pilastro.

La sinistra va un po’ lunga. Ma sulla sostanza ha ragione. Anche perché le compensazioni che il Nazionale ha messo sul tavolo a favore della cosiddetta generazione di transizione sono insufficienti. Se la maggioranza di centro-destra cercava una carta da spendere in votazione popolare, questa non vale granché.

È vero che il modello è più generoso, più equo e più mirato alle donne a basso reddito rispetto a quello approvato in primavera dai ‘senatori’. Ma il volume di compensazione (40%), pur superiore a quello delle soluzioni rivali, rappresenta la metà di quello della decima revisione dell’Avs, dove ben l’80% del surplus finanziario generato dall’aumento dell’età pensionabile per le donne venne reinvestito in misure di compensazione a lungo termine. Anche la durata (sei anni, poi basta) delle misure compensatorie è del tutto insufficiente e penalizzante per molte donne. 

C’è anche del buono in questa riforma, così com’è uscita dal Nazionale. Attribuire all’Avs il prodotto dei tassi negativi della Bns è opportuno (l’idea dovrebbe avere vita breve, comunque: i ‘senatori’ sono contrari). Lo è anche flessibilizzare il passaggio al pensionamento: uomini e donne potranno anticipare (perdendoci meno che finora) o rinviare (sono previsti incentivi) la totalità o una parte della rendita tra i 63 (meglio sarebbe stato 62, ma il Parlamento non ne vuol sapere) e i 70 anni, anche nella previdenza professionale.

Già, la previdenza professionale. È qui che si gioca la partita più importante per le donne. «Sappiamo che il necessario miglioramento della situazione delle donne nel secondo pilastro è una questione essenziale, che tocca anche il primo pilastro», ha detto il ministro della Socialità Alain Berset. Il Parlamento dovrà darsi da fare, e in fretta: il divario esistente tra le rendite pensionistiche di donne e uomini (37% in media), imputabile quasi esclusivamente al secondo pilastro, è una vergogna sempre meno tollerabile.

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