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Da ‘Sabbiature’ al monologo
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03.05.2021 - 05:300
Aggiornamento : 12:13

Fedez mente libera, trent'anni dopo Elio

Al Concertone del 1991 gli Elii cantarono 'ti amo' ai furfanti della Prima Repubblica; sabato scorso, il rapper le ha cantate alla Lega. Senza autotune.

“Ok, è tutto sotto controllo, questo è un brano che parla dell’amore (…) In realtà questo è un depistaggio per il funzionario della Rai”. È il primo maggio 1991: trent’anni esatti prima di Fedez, sul palco di Piazza del Popolo a Roma ci sono gli Elio e le Storie Tese; il Complessino, fresco di contratto con la Sony che li ha voluti scritturare in nome della libertà artistica nonostante il linguaggio politicamente/splendidamente scorretto, accenna le prime note di ‘Cassonetto’, piccolo capolavoro del Demenziale; giusto il tempo di una strofa e parte un vecchio funky non annunciato che passerà alla storia come ‘Sabbiature’, una instant-song sulla malapolitica italiana, più tardi nascosta nel lato B del ‘Pippero’.

Il primo maggio del 1991, per quattro interminabili minuti, gli Elio e le Storie Tese fanno nomi e cognomi di parlamentari della Repubblica inquisiti per reati di varia natura; e al quarto minuto di nomi e cognomi – da Giulio Andreotti all’allora presidente della Rai Enrico Manca, e relativi scandali – l’azienda di Stato stacca la spina agli Elii nel pieno del coro “Ti amo Ciarrapico” (da Ciarrapico Giuseppe, bancarottiere plurimo dalle posizioni fascio-omofobe: “Due gay che si baciano mi fanno schifo, durante il fascismo venivano mandati a Carbonia, scavavano e stavano benissimo”). “Possiamo dire che abbiamo anticipato di qualche mese ‘Mani pulite’”, dirà Elio vent’anni dopo, parlando di quel pomeriggio romano in cui venne trascinato via dal palco gridando “Come Jim Morrison! Come Jim Morrison!”, mentre il funzionario depistato urlava in faccia al Complessino “Con la Rai avete chiuso!”. E invece gli Elii, alla Rai, ci sarebbero tornati tante volte a fare i cani, anzi, i giullari da guardia della democrazia, cantando del re nudo Silvio Berlusconi nei giorni delle Olgettine, di Povia che voleva guarire i gay e del ‘Complesso del Primo maggio’, la dissacrazione del Concertone stesso, nella stessa piazza di ‘Sabbiature’.

“Il popolo italiano non è deficiente se tutti gli anni elegge questi uomini”, cantavano gli Elii trent’anni fa in Piazza del Popolo, capovolgendo ad arte una predisposizione agli impresentabili che non riguarda solo gli italiani. Così come non è soltanto italiana la richiesta di voler leggere in anticipo i copioni (come chiesto dalla Rai a Fedez) o le interviste dei giornalisti. Succede anche in nazioni paladine della convivenza, in cui efficientissimi uffici stampa proibiscono ai dipendenti della tv di Stato di rispondere a domande come “Dimmi un buon motivo per non guardare il tuo nuovo programma”, ironia da gente di spettacolo scambiata per tentata lesa maestà. Insomma, tutto il mondo è Paese. Tutto il mondo è Concertone.

All’alba di domenica 2 maggio, il Fedez sul palco della “Festa dei non lavoratori” (ipse dixit) è reso più dolce dalle parole di una moglie orgogliosa. Tanto che oggi siamo tutti Chiara Ferragni, anche qualche vecchio nostalgico del rock and roll che scrive sui social “Mai mi sarei sognato di condividere un video di Fedez”, e orgogliosamente lo fa, riformulando il vecchio detto “Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire”, che idealmente diventa “Non ascolterei un quarto d’ora della musica che fai, ma darei la vita perché tu possa parlare sempre come hai fatto ieri”. In molti riconoscono al rapper l’avere ottemperato a quella ‘missione’ dei cantautori che oggi, per non rischiare l’impopolarità, non vanno mai oltre lo “Spero di avervi emozionato”. Perché quando la musica completa la sua funzione sociale, che in alcuni casi è anche critica, sollecitazione, denuncia, non c’è autotune che tenga.

Fedez, così come il più attempato Elio, è persona libera. Non necessita di visibilità né di denaro. Anzi, lui e la moglie ne hanno a sufficienza per costruire a Milano le terapie intensive che la politica ha tagliato negli anni. Non che avere soldi porti a dire quel che si pensa, ma viene anche più facile se un giorno dovrai affrontare una causa (ritorsione) per diffamazione (presunta). A Roma, sul palco della “Festa dei non lavoratori”, l’odierna vicenda umana riassunta dal rapper è pesata ancor più dei misfatti della Prima Repubblica di ‘Sabbiature’, brutture di una vecchia politica scostante che oggi, al contrario, ci entra in casa con la forza.

Dell’intera denuncia di Fedez – la sudditanza della politica verso la lobby calcistica, l’indifferenza verso i lavoratori dello spettacolo, la legge contro l’omotransfobia ritardata in nome di cose più urgenti come “il reintegro del vitalizio di Formigoni”, e il Vaticano azionista delle multinazionali della contraccezione, vecchia storia sempre attuale – resta, limpida come la violenza, la lettura dei virgolettati di alcuni candidati e consiglieri comunali/regionali leghisti: “Se avessi un figlio gay lo brucerei nel forno”; “I gay? Che inizino a comportarsi come tutte le persone normali”; “Gay, vittime di aberrazioni della natura”; “I gay sono una sciagura per la riproduzione e la conservazione della specie”; “Il matrimonio gay porta all’estinzione della razza”. La Lega accusa Fedez di aver fatto politica in televisione coi soldi pubblici: qualcuno spieghi alla Lega che denunciare i razzisti e gli omofobi non è politica, è informazione.

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