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Con Letta al capezzale del Pd ‘poltronaro’

Secondo il neosegretario Letta ‘Non dobbiamo essere il partito del potere’

(Keystone)
16 marzo 2021
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Parecchie cose un po’ scontate, qualcuna con un pizzico di originalità, ma c’è soprattutto una ‘piccola frase’ che segnala come Enrico Letta abbia probabilmente colto la sostanza del “problema Pd”. Quando, nell’intervento da candidato unico e poi plebiscitato dai ‘dem’ italiani, ha detto: “Non dobbiamo essere il partito del potere”. La questione è centrale. Fu del resto Gianni Cuperlo, eterno ‘incompiuto’, a evocarla. A modo suo, cioè un po’ obliquo: “Abbiamo perso un buon numero di elezioni politiche, ma spesso abbiamo continuato a governare”.

Qui sta infatti la sostanza della crisi in cui si affanna l’acciaccato centrosinistra italiano: rifugiarsi nel nobile slogan di garanti della “stabilità e governabilità della nazione”, troppo spesso un comodo paravento per occultare mancanza di progettualità, scollamento con la parte più popolare del proprio elettorato, distrazione dai temi delle ingiustizie sociali, progressiva perdita d’identità. In sostanza, dunque, essersi trasformato in quel grumo di passività che lo ha ridotto a ‘partito Ztl’, cioè dei benestanti che abitano nei quartieri del centro, circondati da periferie inascoltate e incavolate. Stare cocciutamente al governo ha infatti comportato (non era obbligatorio, ma così è avvenuto) affidarsi alle mani dei poteri forti, da libero mercato deregolamentato ed egoista. Risultato: un Pd associato alla crisi generale del sistema, alle sue élite, al prosciugarsi delle sensibilità sociali, a un bilancio negativo in cui non potevano bastare i progressi per i diritti civili. Insomma, si stava inevitabilmente più con Marchionne e l’establishment che con i Cipputi e le tute operaie. Aggiungeteci: la “fusione a freddo” fra ex comunisti ed ex democristiani (rimasta tale e generatrice di ulteriori correnti interne); e poi l’avanzata elettorale della destra-destra (Salvini+Meloni) da neutralizzare presidiando Palazzo Chigi, stavolta in nome della salvaguardia democratica, altro paravento per evitare la temibile prova delle urne.

Su questa traiettoria – con l’unica eccezione di un Matteo Renzi che riuscirà comunque, “maleducato di talento” come lo definì Ferruccio de Bortoli, a dissipare il 40 per cento di voti di una consultazione europea – si sono alternati in rapida successione fin troppi segretari generali: da Walter Veltroni – che gettò la spugna nel 2009, dopo un malaugurato voto regionale, ma con un partito a oltre il 30 per cento dei suffragi nazionali – fino a Nicola Zingaretti, le cui dimissioni sono state in definitiva l’atto più nobile della sua incolore stagione (“il morto a galla” lo definì Padellaro, un ex della Ditta).


Ora tocca all’ex premier Letta, quello del renziano “Enrico stai sereno”. Ne hanno invocato il ritorno gli stessi che sette anni prima lo tradirono brutalmente. E che, complici scissioni e lacerazioni, secondo i sondaggi hanno ridotto il partito al 15%. Gli anni dell’esilio parigino avrebbero temprato il neosegretario (“Ho imparato”, è il titolo del suo ultimo libro). Per stile e sostanza, perfetto interlocutore del ‘demiurgo’ Draghi; per posizionamento, esposto al rischio di cannibalizzazione da parte del finto pentastellato Giuseppe Conte; e per necessità, costretto a guardarsi le spalle da sostenitori interni così pericolosamente entusiasti del suo rientro.

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