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La vittoria in tasca (Keystone)
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22.01.2021 - 06:100
Aggiornamento : 12:56

America the Beautiful, una nazione per tutti

Detto alla JLo, americana di Portorico: 'Una nación, bajo Dios, indivisible, con libertad y justicia para todos'. Nativi inclusi (loro sì che sono del posto).

Mentre su Washington, fondata da europei, “calavano le prime ombre della sera” (parole di Nick Carter, detective americano disegnato da un fumettista italiano), dopo che Melania Trump (figlia d’immigrati sloveni) s’era imbarcata sul primo volo per la Florida con in mano una Birkin da 70mila dollari (borsa di Hermès, da Thierry Hermès, immigrato in Francia dalla Germania); mentre un raggio di democratica speranza illuminava il neopresidente giurante, piedi sui marmi del Campidoglio (pianificato da un architetto francese), First Lady al suo fianco (mezza italiana) e mano sulla Bibbia (scritta da mediorientali), gli Stati Uniti d’America si preparavano a festeggiare in musica l’insediamento di Joe Biden (dalla contea di Derry, Irlanda del Nord. Nulla a che vedere con la Derry in cui è ambientato ‘It’ di Stephen King, figlio di scozzesi).

Quella di festeggiare in musica i momenti che contano, oltre che abitudine dei napoletani, è anche prerogativa democratica che, fino a Barack Obama (figlio di un keniano) aveva regalato al mondo del jazz (nato da afroamericani) momenti indimenticabili nelle ‘Performance at the White House’, chiuse nel 2016 dalla celebrazione di Ray Charles (notoriamente non di razza bianca). A Washington, con un abito che pareva disegnato da Jacovitti, una treccia bicolore a incoronare il capo in cui l’Erroi ci ha visto Yulia Timoshenko e noi il bretzel al cioccolato di Bretzelkönig, con la colomba d’oro dal ramo d’olivo nel becco, patacca appuntata al petto, con il microfono scolpito in un lingotto della National Bank e, non meno d’oro, gli auricolari su misura nei relativi padiglioni, la musica del 20 gennaio 2021 avrà per sempre in copertina Lady Gaga (di cognome Germanotta, figlia di un siciliano), la sola a insidiare l’inno più bello di sempre, Whitney Houston (afroamericana) al Superbowl del 1991 in Florida. Di splendidi National Anthem è piena la storia americana: da Nathalie Cole a Jennifer Hudson (afroamericane), da Luther Vandross a Carl Lewis (afroamericani), da Beyoncé (sangue creolo) a Mariah Carey (sangue afro-venezuelano), compreso Billy Joel (figlio di germanici) alle World Series di baseball del 1986.

Quanta bella musica alla festa di Joe Biden e Kamala Harris (di origine indo-jamaicana): Bruce Springsteen (mezzo irish e mezzo italiano), John Bon Jovi (all’anagrafe Bongiovi, da Sciacca, Agrigento), John Legend (afroamericano) che omaggia Nina Simone (afroamericana); Demi Lovato (sangue italo-messicano) che omaggia Bill Withers (sangue africano); i Foo Fighters di Dave Grohl (di origini tedesco-slovacche), il cowboy Tim McGraw (di origini mitteleuropee) e l’altro cowboy Garth Brooks (discendente d’irlandesi), sdoganatore del new country (nato ‘country’ dal folk anglo-irlandese, diventato ‘new’ con gli stilemi del pop europeo), a cantare di pomeriggio ‘Amazing Grace’ (traditional di derivazione irlandese).

Prima dei fuochi d’artificio su ‘Fireworks’ di Katy Perry (di origini portoghesi, irlandesi e tedesche), sempre di pomeriggio, tra Woody Guthrie e ‘America the beautiful’, Jennifer Lopez (nativa portoricana) aveva dato voce multietnica a una nazione, gli Stati Uniti d’America, che esiste solo ed esclusivamente in quanto multietnica, in un mondo che è per costituzione multietnico. Per dirla con JLo, “una nación, bajo Dios, indivisible, con libertad y justicia para todos”. Una nazione per tutti, Nativi inclusi, loro sì che sono del posto. Una nazione diversa da quella sognata da Donald Trump (discendente d’immigrati tedeschi).

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