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25.01.2020 - 06:000

Vent’anni dopo: Craxi e l’Italia, col senno di poi

Il 19 gennaio 2000 moriva il segretario Psi e Presidente del Consiglio italiano Bettino Craxi. Pensierini su una risata amara, un uomo e un 'sistema'

“Sta arrivando Craxi, occhio al portafogli!” Era il 20 gennaio 2000, il segretario del Partito Socialista Italiano era morto il giorno prima ad Hammamet, dove si era rifugiato per sfuggire alle possibili conseguenze di Tangentopoli. Vauro metteva queste parole in bocca a un angelo, ritratto con la sua bella nuvoletta sulla prima pagina del Manifesto. Ricordo distintamente che stavo sfogliando il ‘quotidiano comunista’ durante la prima ora di italiano, mentre il prof interrogava qualcun altro. E risi. Risi tanto.

Di quella risata mi dispiaccio ancora. Non perché mi sia accodato a quelli che Craxi lo proclamano martire: questa del sansebastiano è un’etichetta inutile per spiegare le nebbie della politica, una categoria bigotta quanto quella, speculare, di ladrone. Semmai mi dispiaccio perché ho capito che quella risata si univa a un feroce ghigno collettivo. Ci si illudeva così di crocifiggere il passato, di esorcizzarlo e assolversene (martiri, ladroni, condanne, assoluzioni, esorcismi, crocifissioni: in Italia la coscienza politica nasce in oratorio, anche quando muore nel più dionisiaco e freudiano dei cannibalismi). Con quella risata mi mettevo sullo stesso piano di chi tirava le centolire, dei cori da stadio: “Vuoi anche queste, Bettino, vuoi anche queste?”. Il senno di poi ha le facce di gente come Berlusconi – che proprio di Craxi fu in certo senso feroce delfino – e di Beppe Grillo, sua nemesi altrettanto belluina. In entrambi i casi, il postumo ha lo stesso sapore chinato che si ha in bocca dopo una sbronza.

La spaccatura

A quel sistema del quale finì per diventare l’ultimo volto, Craxi portò in dote una parte della sinistra. Contribuì così a laicizzare il centro, ma alla fine di quella stagione di tangenti, spese pazze e lottizzazioni, di socialista nel suo partito rimaneva quasi solo il nome. Si potrebbe obiettare che il partito era già lontano dal resto della sinistra, che il socialismo liberale era da sempre inviso ai marxisti, ma che negli anni Ottanta era l’unico modo per interpretare una società ormai post-operaia. Però l’operazione di Craxi ebbe poco dell’antico nitore rosselliano.

Né il ‘Cinghialone’, questo uno dei suoi nomignoli, cercò mai il dialogo per costruire una nuova unità a sinistra, come gli suggeriva Norberto Bobbio per sbloccare la macchina del potere; neanche quando la relazione con la Democrazia cristiana diventava sempre più tossica. Atlantista con sogni mitterrandisti, forse gli piaceva troppo quello stesso potere per preoccuparsene, forse era solo troppo realista per illudersi di un connubio con il marxismo (“assurdità antidiluviana”, la definì impugnando Proudhon, senza nulla concedere nemmeno alla sua annacquata versione ‘eurocomunista’). Permise perfino ai suoi di insultare il segretario comunista Enrico Berlinguer: “Non mi posso unire a questi fischi solo perché non so fischiare”, sibilò livoroso.

È vero però che l’unità a sinistra non era resa impossibile solo dall’atteggiamento di Craxi, entrato in quel centro che aveva già rimesso all’angolo il Pci dopo il fallimento del compromesso storico. Era almeno dall’invasione sovietica dell’Ungheria, nel 1956, che la separazione fra Pci e Psi si era fatta divorzio; e i primi anni Ottanta videro Berlinguer isolato, costretto ad arroccarsi nella questione morale (un ‘purismo’ che degli altri partiti stigmatizzava invero più la colonizzazione dei luoghi di potere che la corruzione). Le battaglie puntuali col Pentapartito al governo, come quella contro l’abolizione della ‘scala mobile’ che indicizzava i salari all’inflazione, viste oggi paiono dunque tanto inevitabili quanto di maniera: ultimi atti in uno scontro tra fazioni che andavano entrambe esaurendo la loro funzione storica. Quando poi il Muro crollò e la situazione si fece più fluida, Craxi parve non accorgersene e neppure allora volle concedere aperture, il suo anticomunismo divenuto sempre più malevolo e pregiudiziale.

Ultimo Sansone

Ecco, forse Craxi fu anzitutto l’ultimo Sansone in questa storia di opportunità sprecate, di dialoghi persi o negati. Di una rigenerazione paralizzata dalle divisioni della guerra fredda, fuori, e da un complesso politico-industriale connivente e imbalsamato, dentro. Impossibile giudicarlo indipendentemente dall’intero sistema, come rivendicò lui stesso in Parlamento durante Mani Pulite, parlando di quei finanziamenti illegali che erano linfa irrinunciabile per tutti i partiti: “Se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale”.

In esso Craxi usò i soldi come strumento di potere, piuttosto che per arricchimento personale, e lo avrebbero sottolineato anche superprocuratori come Gerardo D’Ambrosio. Ciò non toglie, naturalmente, che almeno in parte quel sistema lo fosse eccome, criminale; che la corruzione di partito non sia meglio di quella personale, almeno per gli effetti distorsivi che esercita sul sistema democratico; e che la responsabilità comune non cancelli quella individuale.

Bettino e Ludwig

Resta il fatto che Craxi fu anche specchio di mostruosità generalizzate, se non collettive; e se fu comprensibile volersi liberare di quell’immagine, è meno ammissibile raccontare in giro che non sia mai stata, almeno un po’, anche la nostra. Quando morì, il Tg di Raidue mandò in onda una lunga commemorazione sulle note dell’Eroica di Beethoven. Esagerato, certo, tanto più che questi si era pentito perfino di averla dedicata a Napoleone. Ma il coro di risate non era tanto meglio.

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