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21.12.2018 - 07:15

Progetto al monte Brè, ombre dal passato

Interrogativi sul mediatore immobiliare del progetto di maxi resort

di Davide Martinoni

Non importa quanto ambizioso, controverso o finanziariamente impegnativo sia un obiettivo. L’elemento essenziale affinché lo si possa considerare raggiungibile è la sua credibilità. Detto in altre parole: per quanto allettante possa essere la vetta, se ci si avvia in bermuda e infradito prima o poi ci sarà una pietraia da affrontare o un passaggio troppo tecnico da superare. Allora i limiti, se ci sono, diventeranno oggettivi. Si capirà che da qualche parte si è peccato di ottimismo, o di faccia tosta, e tanto varrà fermarsi, quanto meno per pensarci ancora un po’ su.

Lungo il cammino che porta alla realizzazione del progetto di maxi resort fra il Monte Brè sopra Locarno e Cardada-Colmanicchio gli ostacoli sono arrivati piuttosto presto, ma comunque relativamente tardi. Presto perché uno tsunami di critiche – tecniche, politiche e di opportunità ambientale – si è abbattuto sul progetto prima ancora che una sua versione venisse presentata al Municipio di Locarno, deputato al rilascio della licenza edilizia. Ma anche relativamente tardi, perché nella calma che ha preceduto la tempesta i rappresentanti della holding confederata e delle sue consociate hanno avuto tutto il tempo per identificare i terreni necessari, contattare i proprietari, fare delle offerte, mercanteggiare e infine concretizzare, passo dopo passo, la “spoliazione” di ampie fette di territorio. Il risultato: qualche ex proprietario con il conto in banca rivitalizzato, ma anche diversi ettari congelati nel limbo di un’attesa di ciò che (forse) potrà essere.

Principale artefice dell’opera di convincimento condotta fra gli indigeni della “riserva” montana è stato un uomo di mezza età dai modi gentili e dall’innegabile carisma. Un uomo capace di farsi ascoltare grazie alla sua eloquenza e anche apprezzare per la sua naturale empatia, e che ci ha messo la faccia quando si trattava di illustrare, a Brè, le prospettive di sviluppo di un monte altrimenti senza futuro.

Tutti, lassù, lo conoscono come il Principe. Membro di una famiglia aristocratica tedesca – come sembra dimostrare la spettacolare araldica sul biglietto da visita – biofisico di formazione, già autore di un best-seller internazionale, il Principe sembrava aver tutto per ammaliare. Almeno fino a quando qualcuno, su al monte, ha deciso di sollevare il velo e guardare la sposa dritta in faccia. Ne è emersa una realtà diversa e sorprendente. Innanzitutto il Principe non ha nulla di aristocratico e il suo attuale cognome è soltanto il terzo della serie (benché in un’intervista esclusiva che pubblichiamo a pagina 3, lui presenti un’altra versione). Inoltre, le “verità” riguardanti le virtù della salamoia himalayana – su cui ha costruito la sua fama e la sua fortuna – sono state confutate da istituzioni scientifiche, e nessun legame è stato trovato fra il biofisico e gli istituti presso i quali dice di aver lavorato. Non solo: nel passato di quest’uomo c’è anche un’indagine tedesca per frode fiscale, con tanto di esilio dorato in Svizzera (indagine che secondo il diretto interessato, peraltro, non ha code nel presente). Ma tant’è: bermuda e infradito, idealmente, sembrano rimanere. E mal si conciliano con la vita al monte.

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