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Perché scrivere a mano aiuta a imparare. E non solo a scuola

L'uso di carta, penna e libri ‘veri’ favorisce i processi di apprendimento in tutte le materie, inoltre sviluppa competenze trasversali e pensiero critico

L'uso di carta, penna e libri ‘veri’ favorisce i processi di apprendimento in tutte le materie, inoltre sviluppa competenze trasversali e pensiero critico

9 gennaio 2024
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Cinque bambini su cento hanno una disgrafia. Parola di origine greca, è composta da ‘male’ e ‘scrittura’ e descrive l’esito di difetti nelle componenti grafo-motorie della scrittura, di ostacolo nell’apprendimento a scrivere. A questo dato, emergente da numerose ricerche condotte a livello internazionale, se ne affianca un altro: addirittura quasi un bambino su tre (il trenta per cento) fatica a imparare a scrivere. In Svizzera – così indica l’ultimo studio Pisa, pubblicato il 5 dicembre 2023 – un quarto dei quindicenni (il 25%) non comprende un testo quando lo legge.

Sapere scrivere più o meno bene, con o senza particolari difficoltà, può avere effetti che vanno ben oltre una bella grafia o la velocità di stesura di un testo. «La scrittura se ben insegnata e ben imparata, pur essendo un’acquisizione tecnica e strumentale, è un supporto per l’apprendimento scolastico nel suo complesso», indica Lietta Santinelli, che a questo problema ha dedicato il libro ‘Che cos’è la disgrafia’ (Carocci editore) scritto con Stefania Zoia, psicologa e psicoterapeuta nell’area evolutiva e Silvia Baldi, psicologa e psicoterapeuta cognitivo-comportamentale. «I bambini la cui scrittura diventa automatica – spiega la terapista – riescono a immagazzinare maggiori conoscenze, a trasmetterle meglio e, pensando in particolare dalle medie, a studiare sui propri appunti. Più avanti utilizzeranno i mezzi tecnici e, nella società odierna, è giusto sia così».

I molteplici studi realizzati in vari Paesi evidenziano che l’apprendimento manuale della scrittura, facilita anche la lettura. «Imparare a formare le lettere con la mano, permette infatti di migliorare la rappresentazione cerebrale che si ha della forma della lettera, quindi il riconoscimento visivo e in perciò l’esercizio di leggere. Oggi sappiamo che l’insegnamento delle due competenze, scrittura manuale e lettura, deve evolvere di pari passo. Qualora l’aspetto grafomotorio venga trascurato, i bambini imparano copiando le lettere come lo farebbero con i disegni, ignorando le direzioni corrette; con il pericolo di sviluppare degli errori di apprendimento che rischiano di durare nel tempo. Errori recuperabili, sebbene con un investimento non indifferente che richiede parecchia motivazione».

Apprendere la scrittura manuale, facilita anche la lettura

Le analisi in particolare degli ultimi dieci anni hanno invece «messo in risalto l’importanza dell’insegnare ai bambini come disegnare le lettere con la mano. Ciò porta a facilitare anche il ragionamento e l’immagazzinamento (la memorizzazione) in tutte le materie». Appurato il fatto che scrivere è una competenza che va insegnata al pari di altre competenze e che specialmente tra i 4 e gli 8 anni il bambino è molto motivato a imparare, nella scuola è stato sviluppato un sapere conseguente. Un insegnamento «che non dev’essere per forza noioso o monotono e si può fare in modo estremamente divertente. Dai 4 ai 6 anni l’apprendimento multi sensoriale (come riconoscere lettere alla cieca, formarle col proprio corpo, ripassarle tante volte con vari colori dando vita a un arcobaleno) aiuta a memorizzare le loro forme». Il pensiero corre alle righe con una sfilza di lettere ripetute innumerevoli volte, con le quali chi non è più giovanissimo si ricorderà di avere riempito più di un quaderno alle elementari. Ci si consolerà con il fatto che dunque avessero un senso. Sì, perché la scrittura è un gesto e i gesti vanno prima appresi, poi allenati e infine automatizzati. La scrittura a supporto delle competenze rientra nella terza fase: quando, cioè, l’espressione di un pensiero tramite scrittura non richiede più alcuno sforzo, poiché il gesto parte automaticamente». Succede verso i dieci anni e per arrivarci è quindi necessario un esercizio che dev’essere pure costante. «Ed è inoltre fondamentale che un adulto verifichi e dia poi un riscontro al bambino». Può andare bene anche la fila di lettere dei tempi che furono; «magari però con l’aggiunta di qualche trucchetto che la renda divertente. Il fine è usare l’entusiasmo del bambino, per arrivare alla citata automatizzazione».

All’entusiasmo si affianca l’emulazione, tipica dei bimbi. «Agli adulti, genitori in primis, consigliamo di scrivere a mano di fronte ai figli». Basta poco e le occasioni nella vita quotidiana sono molteplici: la lista della spesa, un elenco di faccende da sbrigare, un messaggio su un post-it, i nomi degli amici da invitare a un compleanno e il menù della festa. «Carta e penna sono oggetti che facilmente si hanno sempre sottomano; e l’imitazione permette al bambino di immagazzinare una serie di informazioni implicite alle quali, quando dovrà imparare a scrivere, potrà attingere grazie a un repertorio di percorsi neuronali già abbozzati».

Dalla penna escono (anche) i sentimenti

Un ruolo lo gioca anche il fatto di aiutare i bambini a vedere che il senso della scrittura va ben oltre la sola materia scolastica: ha infatti un legame con tutto quello che è comunicazione di sentimenti, trasmissione di informazioni, validazione delle proprie capacità; ed è inoltre supporto per varie attività (promemoria e via dicendo). Scrivere a mano, insomma, può favorire l’apprendimento in vari ambiti. «Le competenze che si sviluppano per imparare a scrivere a livello gestuale, sono trasversali. E i bambini con una migliore scrittura, riescono a memorizzare cose mentre redigono un testo. Succede quando lo sforzo richiesto dal gesto non è più così importante e l’attenzione può dunque venire posta sul contenuto. Chi invece fatica a scrivere a mano è penalizzato in termini di produzione di contenuti; perché l’impegno che ci deve mettere viene tolto alla cura dell’ortografia e della grammatica, ad esempio, e fa perdere le idee. Abbiamo a disposizione un’energia limitata a livello cognitivo, perciò il gesto non deve prenderne troppa».

Un ulteriore stimolo può venire dall’autostima. Una bella scrittura, nel senso di funzionale e leggibile, «viene ancora interpretata come un segno di maggiore impegno. In realtà l’equazione non è sempre automatica. Chi fatica a scrivere non di rado mette più dedizione nel farlo. E però le ricerche mostrano che a parità di contenuto, gli scritti meno curati o meno leggibili vengono valutati con maggiore severità da parte degli insegnanti. Come detto, i bambini sono motivati a imparare e riuscire a scrivere dà loro soddisfazione. In tutti i tipi di apprendimenti, la motivazione è un motore unico».

Per capire come la scrittura a mano così come la lettura su libri e manuali ‘veri’ siano validi strumenti per l’acquisizione di conoscenze in tutte le discipline, basti pensare che a scuola il tempo di utilizzo di carta e matita «è circa del 60 per cento, gran parte del quale è dedicato alla scrittura. Lo si fa in tutte le materie: in francese per imparare a memorizzare le regole; copiando le consegne dalla lavagna; segnando i compiti sul diario; allineando le cifre nei calcoli matematici (e anche le cifre devono esser leggibili). Fin dalle elementari si scrive per molto altro – pensiamo anche alla data, grazie alla quale si apprendono i primi rudimento della strutturazione grafica di un testo – che non la ‘sola’ materia di italiano».

I rischi del linguaggio social

A differenza delle precedenti, le giovani generazioni di oggi crescono con il cellulare ‘in mano’. Un rischio, dal punto di vista della lingua, per Maryanne Wolf (tra le più note neuroscienziate cognitiviste al mondo, vedi correlato a fianco, ndr) secondo cui il modo di scrivere sta diventando elementare, persino primario; e ci si sta abituando a leggere nella maniera in cui si scrive e viceversa. Una spirale che va a discapito di ricchezza e precarietà di concetti. «Se pensiamo alle abbreviazioni, cui si fa spesso ricorso nella messaggistica rapida, alla generazione in cui sono cresciuta io si insegnava la stenografia nelle scuole per segretari, una disciplina improntata proprio alla sintesi e ai tagli. È innegabile – prosegue Santinelli – che quella di oggi sia una società che va sempre più veloce e che richiede reazioni vieppiù celeri. Eppure questo non per forza ha un legame con l’impoverimento culturale. Faccio un esempio: da un lato ci sono sì giovani che comunicano sui social con un linguaggio stringato, dall’altro c’è un boom di corsi di scrittura per adolescenti e giovani. L’interesse verso la redazione elaborata è una realtà. Io credo che il tablet non sostituirà la stesura manuale nei ragazzi; tanto più che gli studi scientifici hanno stabilito che l’apprendimento su carta e matita vale molto di più (per la memorizzazione, la lettura, le ripercussioni positive su tutti i tipi di acquisizioni) rispetto alle conoscenze acquisite sul tablet. Uno dei motivi è che l’oggetto tecnologico ha una superficie liscia; mentre a livello motorio una superficie ruvida, che richiede di porre una certa pressione sul foglio, aiuta la memorizzazione di gesti. In termini di qualità, si continuerà a insegnare con carta e matita». Se il massiccio utilizzo dei social può avere come conseguenza un linguaggio impoverito e l’abitudine a una scrittura scarna, per la terapista è «essenziale puntare in modo particolare sull’educazione nei primi anni, perché è lì che si imparano automatismi a livello grafico e motorio, come detto, oltre che ortografico e grammaticale. Fortunatamente la maggior parte dei ragazzi riceve un cellulare in età scuola media. Abbiamo dunque a disposizione gli anni precedenti in cui poter ‘seminare’ quelle competenze che germoglieranno e saranno utili più avanti».

Lietta Santinelli rimane ottimista. «Un po’ perché lo sono per natura, un po’ perché nel mio ruolo di formatrice osservo docenti che da un lato diventano sempre più interessati e consapevoli di star facendo qualcosa di importante e dall’altro sono maggiormente competenti nel riconoscere allievi in difficoltà e di conseguenza nel sapere come aiutarli in classe. È importante che gli specialisti, per i quali ci sono lunghe liste di attesa, si possano e si debbano occupare di bambini con disturbi bisognosi di rieducazione o compensazione».

Fino agli anni Ottanta- Novanta, in estrema sintesi, si facevano fare le righe di lettere; «poi si è notato un calo nell’importanza attribuita all’insegnamento della grafomotricità anche in università e scuole pedagogiche a livello internazionale. Negli ultimi dieci, quindici anni è stato possibile dimostrare come invece anche la grafomotricità sia importante. In tal senso, pure da noi sono oggi fortunatamente a disposizione indicazioni basate sulle ricerche scientifiche, affinché il gesto di scrittura sia il più semplice e piacevole possibile da imparare; ma soprattutto resti un valido supporto per tutta la vita».

Keystone‘Si rischia di perdere il pensiero critico. Dobbiamo rallentare’

Daniele Dell'Agnola, i recenti dati Pisa l’hanno sorpresa?

Non particolarmente. Quanto emerge deve assolutamente impegnare tutti coloro che lavorano in ambito educativo: la scuola in quanto istituzione, e le famiglie. Delle cifre relative alla difficoltà nella lettura va tenuto conto, poiché indicatori del fatto che c’è parecchio da lavorare. In quest’ambito cito spesso Maryanne Wolf (vedi articolo a fianco, ndr) secondo la quale abbiamo bisogno di processi cognitivi più lenti, per favorire il pensiero critico e l’empatia. Ossia per costruire le fondamenta della conoscenza. Purtroppo, sostiene la neuroscienziata, siamo ormai abituati a leggere informazioni ‘saltellando’. Con l’avvento e l’accresciuto utilizzo della tecnologia il nostro cervello oggi è addestrato a ricevere molte più informazioni, ma al contempo si adatta a ‘rimbalzare’ qua e là. E questo non favorisce la nostra attenzione.

Quali sono le conseguenze di questo modo di leggere ‘a balzi’?

In pratica siamo distratti e stiamo crescendo bambini distratti. Ciò è un problema, che a mio parere si riflette nei dati che anche l’analisi Pisa ci mostra, in relazione ai quindicenni in difficoltà nel capire un testo. Sempre la neuroscienziata Wolf parla delle piste neuronali che il cervello attiva quando legge la parola poi la frase e poi un testo, quando analizza e quando fa le inferenze. In estrema sintesi: analizzando la nostra realtà digitalizzata, Wolf si dice preoccupata della relazione tra il numero di caratteri con i quali scegliamo di scrivere o leggere e il modo in cui pensiamo. E la sua tesi è quella che la nostra pazienza cognitiva stia vieppiù venendo meno.

La scuola può fare qualcosa (e cosa?) per invertire la tendenza?

La scuola può lavorare sui fondamentali. Vale a dire quelle conoscenze disciplinari (nell’italiano, ma evidentemente non solo), che diventano poi competenze. Occorre partire, soprattutto nell’infanzia, dall’ascolto dei testi letti ad alta voce e per questo è necessario che i docenti sappiano scegliere contenuti buoni, affinché il bambino si abitui a seguire storie di qualità lette ad alta voce (la voce rassicurante dell’adulto competente, che può essere anche un genitore, un nonno o altri) in modo da attivare quei processi cognitivi. Un bimbo abituato a seguire narrazioni, sviluppa ed esercita l’empatia attraverso l’attivazione di piste neuronali. Se invece il cervello non cresce con queste connessioni, si genera una carenza di conoscenze pregresse, le quali a loro volta creeranno lettori facili prede di informazioni non verificate o false. Se non si attiva il livello di comprensione profonda, si diventa adulti ‘impazienti’.

La difficoltà di lettura non si riduce quindi alla ‘sola’ crisi del libro, per dire una delle conseguenze più evidenti che vengono in mente. Faticare a leggere, genera la perdita di una serie di competenze in vari ambiti, ad esempio la capacità di esprimersi oppure la comprensione degli stati d’animo altrui. Cosa significa?

Quello che io leggo in tutto ciò, è una scomparsa di complessità nel pensiero. Ne parla anche Sherry Turkle nel suo libro ‘La conversazione necessaria’; nel quale la sociologa e psicologa statunitense parla dell’importanza del confronto a quattr’occhi, con il corpo e la voce, anche quando dobbiamo stare nel conflitto con le parole. È una fatica fondamentale per crescere.

Perché è essenziale la connessione con il libro di carta?

Perché dobbiamo rallentare e lavorare sull’essenziale. Oggi si sente parlare di ‘competenze trasversali’, ossia le ‘skills’ necessarie nel mondo del lavoro. Però attenzione: le radici si costruiscono anche con le storie; siano esse ascoltate, lette, scritte. Se perdiamo queste radici, perdiamo pensiero e dunque anche pensiero critico. E in ultima analisi va smarrita anche quella trasversalità ritenuta così fondamentale, in quanto tutte le abilità hanno bisogno di conoscenza che può diventare competenza. Ma si arriva alla competenza solo se abbiamo modelli linguistici e riferimenti culturali che ci diano profondità.

Ti-Press

È un discorso che riguarda sì lettura e scrittura, ciò nondimeno la pazienza di esercitarsi può applicarsi a diversi aspetti della vita: allenare il corpo, abituarsi ad ascoltare la musica e così via. Se non invertiamo la tendenza, è purtroppo una scommessa che non vinceremo.

Invertire la tendenza richiede un impegno gravoso?

Più che altro a essere essenziale è la regolarità. In Svizzera, e anche nella Svizzera italiana, abbiamo una grande fortuna che consiste in un sistema bibliotecario notevole. È un servizio che garantisce un accesso al libro per tutte le famiglie, indipendentemente dalle capacità economiche. A mio parere questa è una grande ricchezza, da cui si può partire.

È fiducioso? C’è margine, oggi, per portare o riportare alla lettura e all’ascolto?

È ovvio che i binari tracciati siano quelli della tecnologia; la quale, a scanso di equivoci, è importantissima. Peraltro non si tratta di andare contro questo mezzo e tornare ai soli libri di carta. Il discorso è invece molto diverso: si usi il libro di carta come strumento per allenare la pazienza cognitiva. È proprio la pazienza cognitiva che permette di entrare nel mondo della tecnologia con molta più competenza.

Quindi investire nella lettura non è una sottrazione di tempo all’acquisizione di quelle competenze ritenute necessarie nel mondo del lavoro, ma al contrario è utile e funzionale proprio a questo?

Certo. Dedicare tempo, rallentare, è un concetto che oggi non fa molta presa. Ma è proprio nella scuola che si può farlo, in quanto luogo che per sua natura resiste. In che senso? Faccio un solo esempio recente: nei mesi più duri della pandemia, proprio la scuola era una delle poche istituzioni aperte e, in questo senso, a resistere. Poi va detto che non tutto dev’essere funzionale al mondo del lavoro.

Tra obiettivi, programmi e incombenze varie, i docenti devono sacrificare qualcosa affinché possano ritagliarsi il tempo da dedicare alla lettura? Rallentare è un lusso?

Non la vedo così. Peraltro proprio nel piano di studi della scuola dell’obbligo (pubblicato nel 2022) per l’italiano, a fine medie, alla voce ‘scrivere e parlare’ è indicato che “l’allievo è in grado di comporre spontaneamente, e dopo un’adeguata preparazione, testi orali e scritti di diverso tipo (argomentativi, espositivi, narrativi) facendo ricorso ai modelli linguistici e testuali assimilati, per esprimere e condividere esperienze, narrazioni, conoscenze e opinioni”. Questo è basilare. Come ci si arriva? Ascoltando, leggendo parecchio, allenandosi a scrivere. E, non da ultimo, imparando un metodo. Dentro tutto ciò c’è la pazienza cognitiva. Non è un lusso. L’insegnante sceglie testi di qualità, ci lavora con cura, tenendo conto che per imparare un metodo occorre assimilarlo e ci vuole tempo. Quali storie leggere? Basti seguire il podcast dell’istituto svizzero Media e Ragazzi ‘Tutt’orecchi’ curato da Letizia Bolzani, oppure ‘Storiecontrovento’ o il nostro festival di letteratura infanzia ‘Con le ali’, per avere un’idea della qualità oggi a disposizione. Senza dimenticare i classici.

Pisa mette in evidenza come una delle principali discriminanti sia la condizione economica delle famiglie. Quando i figli arrivano a scuola, si possono ancora recuperare eventuali lacune derivanti dal poco allenamento all’ascolto e alla lettura?

È vero che l’età zero-quattro anni è determinante, ma la scuola può fare moltissimo per colmare il divario. In Ticino lo si sta facendo, attraverso ad esempio i laboratori di scrittura in prima e quarta media.

KeystoneCosa succede nel cervello?

Il ruolo dei libri è stato evidenziato anche da Lutz Jäncke, neuropsicologo e neuroscienziato cognitivo tedesco con studi a Bochum e Düsseldorf, in un’intervista rilasciata alla SonntagsZeitung dopo la pubblicazione dell’ultimo studio Pisa. “Quando si legge un volume, ci si deve polarizzare su un testo più a lungo. Questo allena il cervello a memorizzare i collegamenti e a ricordare le regole grammaticali e ortografiche. Bisogna anche memorizzare diverse frasi in successione, per capire il significato di una storia. Il che è completamente diverso dalla lettura di un post”. Definendosi un “grande fan della scrittura a mano”, Jäncke spiega i vantaggi del gesto manuale: le aree motorie del cervello che controllano la mano si trovano nelle immediate vicinanze delle aree linguistiche. “Ciò significa che le aree motorie e linguistiche sono in stretto contatto e possono scambiarsi informazioni. Quando si digita con due mani, invece, gli emisferi destro e sinistro del cervello devono essere sempre attivati in successione per controllare entrambe le mani. Questo richiede una grande comunicazione tra i due emisferi e ha come conseguenza più errori di battitura. Inoltre digitare con entrambe le mani, specialmente nei bambini, favorisce la mancanza di concentrazione. Al contrario, la scrittura a mano è un deceleratore e aiuta a riflettere”.

Chi abbiamo sentito

Lietta Santinelli è ergoterapista specializzata in età evolutiva. Nel 2004 ha fondato il Centro Ergoterapia Pediatrica di Bellinzona, che sostiene bambini con disturbi della coordinazione motoria, disgrafia, autismo e disturbi dell’attenzione con o senza iperattività. Interviene in diversi istituti universitari e scuole in Svizzera, Italia e all’estero come formatrice e consulente. È coautrice di due libri: ‘Che cos’è la disgrafia’ (Carocci Editore) e ‘Laboratorio di Motricità fine. Kit MoFis: giochi per sviluppare le abilità fino-motorie e la grafomotricità’ (Edizioni Erickson). È attiva in diversi progetti a sostegno dell’insegnamento della grafomotricità nelle scuole.

Daniele Dell’Agnola è docente al Dipartimento formazione e apprendimento Alta scuola pedagogica della Scuola Universitaria Professionale della Svizzera Italiana, dove si occupa di narrazione, letteratura e didattica. Insegna da 23 anni. È esperto per l’insegnamento dell’italiano nella scuola dell’obbligo e collabora con l’Alta scuola pedagogica dei Grigioni (che ha sede a Coira). È autore di romanzi tradotti in diverse lingue, libri per l’infanzia, musica per la scena e co-ideatore del festival di letteratura per l’infanzia ‘Con le ali’.

Il riferimento

Maryanne Wolf è una delle più note neuroscienziate cognitiviste. Dopo una laurea in letteratura inglese, ha conseguito il master alla Northwestern University e il dottorato di ricerca alla Harvard University, nel Dipartimento Human Development and Psycology in the Graduate School of Education. Ha insegnato alla Tufts University di Boston. Studiosa della lettura, e in particolare della dislessia, insegna alla University of California di Los Angeles (Ucla). È Presidential fellow della Chapman University e Membro del Board del Center for Advanced Study in the Behavioral Sciences, dell’Università di Stanford. Nel 2020 Papa Francesco l’ha nominata membro ordinario della Pontificia Accademia delle Scienze. È Direttrice del Center for Dyslexia, Diverse Learners, and Social Justice, Professor-in-Residence, Graduate School of Education and Information Studies.