I dibattiti

La legge: un concetto abusato

Nicoletta Noi-Togni
(Ti-Press)
2 aprile 2026
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Viviamo secondo legge ogni giorno: paghiamo il pane che mangiamo a colazione e l’affitto della casa, allacciamo la cintura prima di partire con l’automobile e accendiamo i fari anche se splende il sole. Lo vuole la legge come vuole tante altre cose da noi. Cose che comprendiamo e anche cose che non comprendiamo. Questo per noi cittadini e cittadine.

A parte colazione e affitto, come si pone la legge per le Autorità? Come si sa basta un’elezione tacita o votata e si passa allo status di Autorità. Che deve far rispettare la legge, indipendentemente se buona o cattiva. All’Autorità non si chiede di pensare ma solo di agire. E fin qui, dal profilo della legge e se non danneggia nessuno, nulla da obiettare.

Solo che ci sono anche le leggi non scritte, del tipo “abbiamo sempre fatto così”, oppure quel, molto vago tra l’altro, “non ci sono le basi legali” (e questo anche davanti all’evidenza di pericoli reali), o ancora (esperienza mia diretta, recente) la frase di una legge nella quale, proprio l’Autorità, sostituisce nella sua lettura del testo di legge la vocale o con la vocale e, cambiandone completamente il senso.

Questo atto, che non mi permetterà di morire in pace perché mi preclude la visione di un documento per me importante, viene fatto dalla stessa Autorità che richiama all’osservanza delle leggi. In questo caso si tratta della legge cantonale sul principio di trasparenza che tiene per mano, si può dire, la legge sulla protezione dei dati. Una legge necessaria che, come dice il suo nome, ha lo scopo di proteggere dati personali da trattamenti illeciti da parte di organi pubblici. Legge che per sua natura e a vario titolo (come le altre leggi del resto) poggia su condizionamenti legali; e proprio in virtù di questi condizionamenti è chiamata a distinguere tra lecito e illecito, tra informazioni che vanno protette e informazioni che vanno trasmesse in quanto costituiscono un pericolo per persone e società. Nient’altro sarebbe etico e responsabile.

Non è quindi possibile che sia proprio una legge, o la mancanza di un paragrafo, a impedire il funzionamento dell’apparato di giustizia e polizia, addirittura la trasmissione di informazioni che possono determinare il destino di una o più vite umane. Uno Stato civilizzato non lo può permettere e non può permetterselo!

In quest’ottica si situano per me i fatti di Roveredo. Che mi riportano indietro di oltre vent’anni. Possibile che siamo ancora a questo punto dopo aver portato per anni in Gran Consiglio la problematica società bucalettere e affini nel Moesano – ripresa tra l’altro dai più importanti giornali svizzeri – e avendo oltretutto ricevuto assicurazioni di collaborazione tra Cantoni e Confederazione (proprio nell’ambito della trasmissione di informazioni) dalla stessa Polizia federale e ringraziamenti dal Consiglio federale (vedasi la ‘Südostschweiz’ del 31 dicembre 2019)?

Oggi come allora non si può far niente perché saremmo “illegali” – dice Coira – e anche per ciò che potremmo fare non abbiamo il personale sufficiente (sic), proseguendo con ciò la miglior tradizione del rimpallarsi le responsabilità che non porta a niente. Soprattutto non porta niente a quei 903 cittadine e cittadini che nel 2017 firmavano la Petizione ‘Moesano pulito’. Ma anche a quelle che vorrebbero semplicemente sentirsi al sicuro.

E allora mi chiedo: possibile che per non essere ‘illegali’ dobbiamo sostenere l’illegalità del crimine organizzato venendo meno al compito di sicurezza nei confronti della popolazione? Il non chiedere documenti (in questo caso casellario giudiziale) a chi vuole operare sul nostro territorio e viene da fuori confine, mentre gli stessi documenti vengono richiesti nelle situazioni di lavoro molte volte sistematicamente agli indigeni, non confligge con la parità di trattamento voluta dalla Costituzione federale? Fino a che punto la nostra supposta ‘legalità’ ci rende ‘illegali’?

* già sindaca di San Vittore e granconsigliera a Coira

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