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Evviva la differenza

La polemica suscitata dall’Agenda scolastica non è affatto priva di fondamento e può essere colta come un’occasione di riflessione culturale, prima ancora che politica. Sono peraltro giustificati gli interrogativi posti sull’opportunità di inserire vignette che paiono banalizzare il tema dell’identificazione sessuale in un supporto scolastico destinato agli alunni più piccoli, di quinta elementare ma anche e soprattutto delle prime classi medie, immersi questi ultimi nella cosiddetta fase preadolescenziale che gli psicologi dell’età evolutiva considerano decisiva nel percorso di appropriazione di genere. Una fascia d’età, oltretutto, oggi bombardata dalla dilagante pornografia in rete.

Qui vorrei tuttavia entrare, per accenni, in quello che alcuni pensatori contemporanei hanno definito “l’enigma della sessualità”, muovendo dall’intuizione che, se ogni epoca ha una e una sola questione da pensare, quella della nostra epoca è la differenza sessuale.

Al diffondersi di una sessualità cosiddetta “fluida” ha certamente contribuito la crisi della famiglia, in particolare con il fenomeno che Lacan chiamava “evaporazione del padre”, ma anche una concezione moderna di libertà intesa in termini assoluti, come facoltà di disporre di tutto, compresa la propria corporeità; e ancora la riduzione mercantilista della persona a merce, a oggetto di scambio.
In questo quadro, la teoria del gender ha offerto una sua lettura della sessualità concepita in termini puramente culturali, dove l’anatomia individuale è irrilevante ai fini della propria identità e dell’uso della propria sessualità (la “società androgina” sognata dall’antropologa americana Gayle Rubin, società idealmente senza genere – ma non per questo senza sesso).

È interessante notare come questo paradigma, che potremmo definire “culturalista”, abbia contestato – ritengo giustamente – l’equiparazione della sessualità umana a quella animale, secondo un paradigma diffuso negli ambienti delle neuroscienze, in forza del quale identità e orientamento sessuale sono un’estensione inevitabile del dato biologico. Ma se è vero che non tutto nella sessualità umana è determinato da antecedenti biologici e guidato da processi istintuali è altrettanto difficile negare che il dato di natura sia rilevante e che l’essere umano abbia e nel contempo sia anche il proprio corpo, attraverso il quale si apre al mondo.

È qui che si affaccia una modalità di lettura della differenza sessuale che potremmo chiamare personalista e che tiene assieme il dato biologico e quello culturale-spirituale. C’è un nesso profondo tra biologia e cultura e se le forme corporee non sono le stesse e ogni persona vive la propria corporeità in termini femminili o maschili, anche simbolicamente le due modalità di percepire la realtà e di elaborarla culturalmente non sono le stesse. La natura, maschile o femminile, orienta la crescita e si può dire (Lacan, Kristeva) che si diventa uomini e donne sul fondo della potenzialità che la nascita dischiude.

Sarebbe interessante, ma qui impossibile, inoltrarsi nel percorso, a volte doloroso ma sempre fecondo umanamente, che conduce la persona (mai sola ma sempre sostenuta dalla comunità: familiare, sociale, scientifica, religiosa) ad aprirsi, nella fedeltà al proprio essere sessuato, maschile o femminile, all’altro sessualmente differente. Ma questi brevi cenni vorrebbero almeno servire a metterci di fronte alla grandezza del compito che il cambiamento d’epoca che stiamo vivendo pone alla nostra generazione. Sarebbe irresponsabile proseguire su scorciatoie forzate da una sorta di dittatura dei “diritti” e non mettere in conto la necessità di un dialogo aperto, serio e leale tra impostazioni culturali diverse ancorché – come accennato – tra loro intrecciate. In tutti gli ambiti, compresi quelli legati alle scelte educative e scolastiche, quindi politiche.

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