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15.11.2021 - 07:38

Facciamo gli svizzeri, restiamo ragionevoli

di Fabio Regazzi, consigliere nazionale Ppd e presidente Usam
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Ci siamo avvicinando al faticoso traguardo di due anni di pandemia: le concitate fasi iniziali della prima violenta ondata di contagi hanno viepiù lasciato spazio a un dibattito costante sulle misure più indicate per contrastare il rischio sanitario e al contempo non compromettere oltre il dovuto le libertà individuali, rispettivamente le libertà economiche. Con il passare delle ondate dei contagi, questi ultimi due temi si sono accentuati nel dibattito pubblico e trovano ora un loro apice in vista della votazione del 28 novembre sulla legge Covid che regge, tra le altre cose, il relativo certificato oggi richiesto per entrare in ristoranti, cinema, palestre e altre strutture.

Se guardiamo indietro siamo probabilmente d’accordo in molti che la Svizzera ha commesso alcuni errori in questa pandemia, ma dobbiamo altresì ammettere che ha fatto anche tante cose giuste. L’intervento a supporto dell’economia nella prima ondata è stato tempestivo – invidiato da tutto il mondo – mentre le misure adottate sono state bene o male meno drastiche rispetto a quelle all’estero – basti pensare all’apertura degli impianti di risalita dello scorso inverno. La moderazione e ragionevolezza elvetica si è regolarmente manifestata e i risultati, anche se non impeccabili, si lasciano vedere: economicamente siamo usciti meglio della gran parte delle altre nazioni, il sistema sanitario è stato sotto pressione, ma non è mai collassato.

Resta ora una, speriamo ultima, grande sfida da affrontare insieme: la legge Covid. Essa permette di proteggere meglio le persone e le imprese, estende gli aiuti economici a settori ancora in crisi, non più molti per fortuna, ma non per questo da ignorare. Ma non prendiamoci in giro: il dibattito verte sul certificato, inizialmente concepito per i viaggi all’estero e nel frattempo utilizzato – anche questo è difficile da smentire – come mezzo di pressione per aumentare la quota di vaccinati. Sottrarre la base legale al certificato però, sarebbe come vietare i forni per evitare che si facciano i polli arrosto. Per garantire la mobilità internazionale è centrale disporre di strumenti coordinati, ma anche per poter tornare a vivere eventi come partite di calcio, hockey o concerti in cui si incontrano tante persone. Non sappiamo esattamente quanto durerà ancora la pandemia, ma sappiamo che senza certificato subiremo direttamente tutte le conseguenze. Non sarebbe infatti ragionevole permettere grandi eventi o incontri con molte persone, come pure sarebbe difficile viaggiare all’estero. Senza certificato subiremo la pandemia come cittadini e come imprese fino all’ultimo giorno in cui essa allenterà la morsa.

Finora abbiamo fatto gli svizzeri esprimendo moderatezza e senso della misura: un Sì alla legge sul Covid si iscrive in questo contesto. Non nego che siano da discutere anche le condizioni per ottenere un certificato da parte dei non vaccinati. Ma questo è un altro dibattito, che si potrà affrontare solo con un Sì alla legge il prossimo 28 novembre.

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