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Marchand e Canetta (Ti-Press)
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04.02.2021 - 15:210
Aggiornamento : 17:35

La Ssr Srg e il mandato che un senso non ce l’ha

Il servizio pubblico continua nella sua volontà di risparmiare: un’operazione che non fa onore ai declami proferiti durante la campagna contro la “No Billag”

Quante storie per una rete ascoltata da pochi, non ce la possiamo permettere. Questo può essere in sintesi il retropensiero di molte persone che hanno assistito con occhio distratto alle prese di posizione dei due mesi trascorsi. La stessa distrazione che la direzione della SSR SRG e della RSI ha riservato ai molti che sono intervenuti, tra gli ultimi il rettore dell’Università della Svizzera italiana e, a livello nazionale, il Sindacato Svizzero dei Massmedia, per manifestare la loro preoccupazione.

Non una parola di risposta, per esempio, alla richiesta se ci fossero giornalisti culturali nella commissione Lyra, e i nomi dei suoi membri. E ancora, La Rete due è l’unica radio culturale vera e propria rimasta sul territorio svizzero, perché la si vuole snaturare? La difesa dell’italianità, delle minoranze, è ancora un valore, un collante sociale, che la SSR SRG intende promuovere? E infine, chi deve definire il significato, il ruolo, l’offerta del servizio pubblico?

Siamo abituati alle risposte evasive, virtuali quadrature del cerchio, forse perché argomentare non è piacevole, ci vuole fatica, ci vogliono prove. Siamo anche avvezzi ai silenzi: “non tutto ciò che viene passato sotto silenzio, vive”, affermava Karl Kraus. Lo si è visto con i media, anche quelli che si definiscono di controcultura. Se non ti dicono che cosa succede, non esiste. Dopo gli articoli di “Le Temps”, è di domenica scorsa l’ultimo intervento critico sul “Tagesanzeiger”. In Ticino poco o nulla, a dimostrazione che “quelli che contano” sono andati quasi tutti a sciare insieme, almeno una volta.

Le persone che hanno espresso la loro preoccupazione per ciò che sta accadendo a Retedue e alle altre reti culturali nazionali non lo hanno fatto contro le altre reti radiofoniche, lo hanno fatto poiché credono che un certo giornalismo, quello culturale, quello degli approfondimenti, quello d’inchiesta debba continuare a esistere. Perché un Paese che abbonda di Cuore ma è privo di Consapevolezza, è un Paese fragile. Lo hanno detto in tanti, dagli esperti fino a Riccardo Muti, persino Papa Francesco, la constatazione è unanime: il sacrificio della cultura, la crisi dell’editoria stanno portando a un giornalismo fotocopia, all’abbandono del pensiero, del giornalismo d’inchiesta. Di queste cose non si discute.

Ma andiamo a vedere cosa accade alla SSR SRG. Gilles Marchand e la direzione della RSI, il 14 e il 15 di gennaio, hanno pubblicato due interventi, volti a porre fine, più che a rispondere, alla raffica di critiche che da questo e da altri giornali sono state scaricate sulla gestione opaca del servizio pubblico radiotelevisivo.

Per ribadire l’impegno della SSR SRG nel rinnovamento culturale, il direttore generale dell’azienda Gilles Marchand ha celebrato la riuscita transizione di Espace2, che ha già passato il guado, lasciando la cultura parlata ad altri canali e a un sito internet, dice lui, di grande qualità e impatto.

Studiamo meglio la questione, per capire quanto il racconto di Marchand (“una sapiente combinazione tra la tradizionale trasmissione lineare e le offerte digitali à la carte” che ha suscitato “reazioni incoraggianti del mondo della cultura”) sia davvero degno di fiducia. Cerchiamo di essere concreti. In difesa del nuovo modus operandi, Marchand cita l’impatto delle innovative newsletter, che rimandano gli ascoltatori verso il canale multimediale. A quanto pare ce n’è solo una, QWERTZ, dedicata all’attualità libraria. Marchand dimentica però soprattutto di dire che questa iniziativa sostituisce vari programmi nel frattempo dimenticati: incontri quotidiani con scrittori (“Entre les lignes”), dibattiti tra critici e specialisti a proposito di libri, mostre d’arte, film, opera lirica, teatro (“Zone Critique”, poi “Culture au point”), tutto questo non esiste più. Proprio ora che tutti piangono la chiusura dei luoghi di aggregazione culturale, i dibattiti e le critiche culturali sono scomparsi, così come gli approfondimenti relativi alla filosofia, alla sociologia, all’antropologia.

In sostanza si tratta di una perdita secca degli sguardi critici, delle competenze di punta (indispensabili anche per realizzare interviste non compiacenti), dello spessore culturale. La SSR SRG rincorre il pubblico, acriticamente, sacrificando e deridendo, invece, le persone che avevano fiducia nella forza propositiva di un servizio pubblico che nei fatti difendeva e promuoveva le minoranze, arricchendo il nostro sguardo sul mondo. È questo ciò che realmente emerge dalle parole di Marchand calate nella realtà di Espace 2.

La comunicazione volutamente frammentaria della SSR SRG sui suoi progetti diventa ancora meno trasparente se spostiamo lo sguardo su cosa sta accadendo in generale. Entro il 2024, la SSR SRG vuole mettersi al passo con i tempi, meno radio e televisione, più internet. Ciò significa, secondo il punto di vista della direzione, nuovi processi e personale rinnovato. E allora guardiamo come funziona questo rinnovamento alla SRF, radiotelevisione della svizzera tedesca, nella quale 460 collaboratori hanno reclamato con grande urgenza più trasparenza e una comunicazione onesta, poiché l’ambizioso progetto condotto dalla direttrice Nathalie Wappler (un nome che sentiremo molto spesso) comporta diminuzione della programmazione e soppressione d'impieghi (115 posti a tempo pieno entro la fine del 2021), che sta già avvenendo. E tutto questo senza che le collaboratrici e i collaboratori siano veramente informati sul perché, per esempio, si sono soppresse trasmissioni di valore come il programma di letteratura “52 Best Books” o la trasmissione di economia “Eco”. Lo scopo è chiaro: la SRF vuole diffondere su piattaforme più specifiche a pubblici più specifici. Ne risulta che la SRF taglierà programmi di qualità e personale nelle redazioni radio e televisive, quindi distribuirà contenuti più smart, più “furbi”, e mirati su una serie di vettori internet. Il costo dell’operazione non è noto, il prezzo che paga il pubblico affezionato alla fruizione lineare e al giornalismo di approfondimento è alto.

Contro questo progetto hanno protestato politici di vari partiti (dai verdi all’Udc, passando per il democratico cristiano Gerhard Pfister, che parla di arroganza della SRF). Nulla. La SSR SRG segue solo i suoi interessi, non risponde alla politica, non risponde alla società. Se a questo si aggiunge che la RTS e la RSI sono in piena bufera per le questioni di mobbing, non sempre gestite in maniera cristallina, come le notizie degli ultimi giorni sembrano attestare; se si aggiunge inoltre che per tutte e tre le unità aziendali si parla di rapporti disfunzionali tra direzione e collaboratori, che i progetti logistici nelle tre regioni sono stati criticati e che esiste un’iniziativa parlamentare per un controllo finanziario della SSR SRG, il quadro è inquietante e completo.

Insomma, in piena crisi (dei media e non solo), la SSR SRG continua nella sua volontà di risparmiare, diminuendo il personale e la programmazione (nulla si dice ancora una volta sui quadri alti, sugli esperti di comunicazione, sulla gestione delle risorse umane, sugli investimenti logistici); la strategia adottata consiste in una frammentazione di prodotti offerti su vari vettori (tra cui i social media, peraltro non neutri), che io come utente devo andare a cercare e che forse un giorno dovrò persino pagare. I guru del servizio pubblico alla caccia dei nuovi pubblici non prendono in considerazione le prese di posizione politiche, intimidiscono i collaboratori, si fanno un baffo delle ampie critiche sorte nelle tre regioni linguistiche e particolarmente nella Svizzera italiana. Non si tratta solo di migrazioni da un supporto all’altro, né di sviluppare delle necessarie riflessioni sul transmediale. Si tratta di una rivoluzione che si sta svolgendo senza vera trasparenza, senza offrire dei dati, senza argomentare e che verrà presentata quando ormai nessuno avrà più nulla da dire, poiché a quel punto il mandato di servizio pubblico sarà stato snaturato.  Un’operazione che certo non fa onore ai declami proferiti durante la campagna contro la “No Billag”.

Questa ricchezza culturale indebolita o, meglio, desertificata trova qualche spazio in rete, ma è facile immaginare come. Gli algoritmi impongono la propria legge, che è quella dei clic e dei gettoni. Ciò che emerge dal sito o che viene promosso sui social è ciò che ottiene maggiore successo, non necessariamente ciò che andrebbe difeso e promosso. La concorrenza, nel mondo del web, è alta, sono molte le realtà che offrono gli stessi servizi, con più soldi e meno vincoli. Sanno catturare l’attenzione dell’utenza anche perché non devono fingere di offrire qualità o approfondimento. Quindi, se una parte delle risorse è giusto che vada impiegata per praticare il mondo del multimediale, resta la domanda sul come e a che prezzo; perché questo nuovo approccio potrà forse, ma è tutto da dimostrare, comportare un incremento del fatturato o del pubblico, non è però scontato che sia il modo giusto per assicurare servizio pubblico, inteso come formazione, informazione, cultura. È, in fondo, la favola narrata per il servizio bancario della Posta: meno servizi, più cannibalitarismo. Ma cosa comporta per un servizio d'informazione nazionale? La Rete due è dunque diventato il simbolo di ciò a cui si vuole rinunciare: un pubblico fedele e attento, che rischia di essere abbandonato sia come quantità d’utenza (non è detto che tutti abbiano voglia di dirottarsi sul web alla ricerca dei contenuti che amavano sul lineare), sia come qualità (la SSR SRG sta cercando profili professionali sempre più orientati sui linguaggi e sul mezzo, sempre meno sulla conoscenza di un settore della società). Queste persone, sociologicamente e ideologicamente più diversificate di quanto si voglia far credere, chiedono chiarezza e attenzione, chiedono comunità, sorpresa, desiderano un servizio pubblico profilato, che funga da isola autorevole e selezionante all’interno di un mondo liquido che va vissuto, non solo accettato acriticamente.

Sbaglia chi crede che queste cose siano di poca importanza. Quello che succede attorno a noi è chiaro. Il buon giornalismo è il cuore pulsante di una democrazia. E il buon giornalismo non è solo quello che legge le agenzie e rende celebri per quindici minuti, ma quello che ci permette di capire la complessità della nostra società. Se vanno ripensati i supporti, se vanno ripensate le modalità, questo non deve andare a scapito della qualità e di chi questa qualità la produce.  

La crisi del giornalismo, il passaggio al transmediale, le critiche del mondo della cultura e della politica rendono urgenti alcune domande: che cos’è, oggi, secondo chi lo dirige, il mandato di servizio pubblico? E come mai il giornalismo d'inchiesta non si muove per capire cosa accade su un tema di società così importante come i contenuti dell’unico media nazionale che abbiamo? 

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