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06.01.2021 - 12:18

Di bovini ad Airolo e compari a Buccinasco

Rete Uno che fa spazio, Rete Due che vi s'infila, Rete Tre fusione d'intelletti. Serve una dieta equilibrata (e tanto senso dell'umorismo)

di Claudio Lo Russo

Per dieci anni ho avuto il privilegio di occuparmi quotidianamente di cultura, intendendola sempre con la “c” (volutamente in minuscolo, che la retorica mi ha sempre causato prurito). Ora, per darmi un contegno mentre scrivo, svesto i pantaloni da casa e il pullover col buco nel gomito al quale forse, figlio di risparmiatori nati in un’era remota e sensibile alle visioni di una giovane svedese, sono troppo affezionato. I contadini da cui discendo e i ragazzini in cui credo m’insegnano ad evitare gli sprechi, possibilmente anche d’inchiostro. Dunque parliamo di cose concrete.

Breve preambolo. Interessato come sono alle culture e all’informazione nel loro insieme, mi sento sollevato. Per un attimo, come altri, mi sono preoccupato per il destino della composita offerta di Rete Due. I timori stavano tramutandosi in ansia quando ho saputo che esso, il Destino, riposava nelle mani di un ex capopolo volubile. Fatto sta, le parole del direttore Rsi, Maurizio Canetta, mi hanno riconsegnato al mio inguaribile ottimismo. Tutto cambierà affinché nulla peggiori, anzi, la mia dieta radiofonica è destinata a rinvigorirsi: Rete Uno libererà un po’ di spazio nei suoi stanzoni impolverati; l’anima di Rete Due troverà nuovi uteri, come generosi buchi nel miglior emmental; Rete Tre beneficerà di una fusione d’intelletti freschi e spigliati con cui garantire un intrattenimento che di prima mattina, per fare un esempio, non infligga un “dibattito” pop sui rumori considerati più molesti (che andrebbe annoverato di diritto fra i rumori molesti).

Ma passiamo alle cose concrete: Buccinasco. Per me Buccinasco è sempre stato poco più di un’uscita sulla tangenziale; un borgo qualunque a sud di Milano, con un passato di fatica e di cascinali, progressivamente convertito ai ritmi, alle regole e alle forme di una cittadina linda, ricca, moderna. Eppure, si può vivere a meno di un’ora dalla metropoli ignorando che Buccinasco è divenuta la capitale della più solida, potente, pervasiva organizzazione criminale? La ‘ndrangheta. Non esattamente un manipolo di briganti incolti sperduti nell’Aspromonte, malgrado certa politica ancora di recente abbia sentenziato che la mafia al Nord non esiste. Invece c’è, da anni, a due passi da noi, forse molto meno, e abita in una villetta col giardino e il cane che scodinzola. Da lì, insieme ai mozzatori di teste centroamericani, gestisce il traffico mondiale di cocaina anche a beneficio degli sniffatori locali. Il sindaco di Buccinasco, che ha già ricevuto la sua dose di minacce, non perde occasione per spiegare come la ‘ndrangheta oggi compri, investa, si riconverta o meglio infiltri, invada, contamini l’imprenditoria legale, presentandosi con il volto pulito dei suoi giovani laureati. Quando parla, il sindaco di Buccinasco induce ad affacciarsi alla finestra, guardarsi attorno, interrogarsi. Se la cultura è consapevolezza, di sé e del mondo, lui a suo modo fa cultura. L’ho riscoperto con Rete Due, che, un mattino qualunque, quella cultura me l’ha consegnata.

Lo ammetto, a me piace lo yogurt. In particolare quello natür di produzione indigena. Così, qualche mese fa, ho seguito con un certo interesse, su Rete Uno, l’incontro con il produttore del mio latte fermentato preferito. Ho scoperto che per buona parte della sua vita non ha mangiato yogurt né ha mai pensato di mettersi a produrlo, finché il caso o il destino… Che oggi è goloso di quello alla castagna. Affacciatici virtualmente alle stalle delle vacche leventinesi, il livello della mia attenzione ha subìto un’impennata. “Sono felici?”, ha chiesto uno degli animatori. “Beh, a me sembra di sì”, ha risposto il mio yogurtaio. Come, finita lì? A me la felicità delle vacche leventinesi interessa, eccome. In quanto consumatore voglio essere informato sulle condizioni in cui vengono accudite e nutrite, sulle norme che regolano la loro mungitura, sulle garanzie relative alla produzione di un latte di qualità, non condito di tossine che finiranno nel mio yogurt. E se il servizio pubblico dedica mezz’ora a questa realtà, mi sembra lecito aspettarsi che, pur nel perimetro di una conversazione cordiale, venga posta qualche domanda con cui fare informazione, forse cultura. Ecco, osservo nel mio frigorifero lo schieramento di confezioni alla castégna e mi scopro ancora contrariato e ignorante.

Pomeriggio, in auto, Rete Uno. Due animatori scanzonati provano ad intrattenermi. Si sono imbattuti in una notizia: la massa di tutte le produzioni umane (edifici, strade, macchine, indumenti, utensili, plastica…) ha ormai raggiunto il peso di tutte le creature viventi sul pianeta. Uno prova a comunicarla, ma non ha letto l’agenzia con attenzione e si incarta ripetutamente. L’altro prova a ironizzarci sopra, ma non ha capito che è il frutto di uno studio universitario serio, pubblicato su “Nature”. Insieme a migliaia di altri ascoltatori mi sarei già smarrito nel loro evanescente labirinto, ma mi soccorre il ricordo lucido dell’approfondimento sulla stessa notizia affidato da Rete Due, il giorno precedente, a un giovane esperto: un tale che si era preso il tempo di leggere quello studio e al quale era stato dato il tempo di comunicarne il valore in modo chiaro, preciso e coinvolgente.

A questo punto non posso che rinnovare il mio ottimismo. L’incontro, intellettualmente erotico, fra Rete Uno e Rete Due non potrà che generare pargoli degni d’interesse. Anche nell’ipotesi, verosimilmente remota, che il sindaco di Buccinasco venga chiamato a parlare della sagra del tortello o della produzione di soppressata piccante con carne di porco 100% padano; o che il prossimo reportage dia il microfono alle vacche di Airolo, affinché affermino da sé, in modo incontrovertibile, la loro felicità. Oppure che la biomassa delle pubbliche fesserie raggiunga finalmente quella del servizio pubblico, equilibrando la mia dieta radiofonica o il mio senso dell’umorismo.

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