Da gennaio a giugno, l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha documentato 50 casi di ritardi nell'assistenza medica ai palestinesi in Cisgiordania.
Le forze israeliane hanno imposto chiusure ancora più estese ai checkpoint e ai posti di blocco nel governatorato di Nablus in seguito all'attacco dei coloni del 24 luglio, e hanno "ostacolato significativamente" l'accesso all'assistenza sanitaria, anche ritardando l'arrivo delle ambulanze. È quanto riporta l'Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha), secondo quanto riferisce l'Ong Human Rights Watch (Hrw) in una nota.
"Le forze israeliane in Cisgiordania non solo non riescono a garantire ai palestinesi l'accesso alle cure di emergenza, ma ritardano anche il trasporto dei pazienti in ospedale con le ambulanze", ha dichiarato Bill Van Esveld, direttore associato per i diritti dei minori presso Human Rights Watch. "Israele costringe con spaventosa regolarità i pazienti con emergenze mediche a lunghe deviazioni o attese, mentre i preziosi minuti necessari per salvare le loro vite scorrono via".
L'ultimo episodio, riporta Hrw, la chiusura delle strade in Cisgiordania da parte di Israele il 27 luglio 2026 che ha causato un grave ritardo nell'arrivo di un'ambulanza che trasportava una donna palestinese incinta in condizioni critiche. "Il feto della donna non è sopravvissuto al parto d'urgenza e la sua vita è stata ulteriormente messa in pericolo quando i soldati hanno costretto l'equipaggio dell'ambulanza a spegnere le apparecchiature mediche per almeno 20 minuti".
Nonostante un video registrato dal paramedico Bashar al-Qaryuti, l'ufficio del portavoce militare israeliano, secondo quanto riferito, ha dichiarato che "l'affermazione secondo cui i soldati dell'Idf hanno ritardato un'ambulanza al checkpoint di Awarta è falsa".