Dalla prima mattina di giovedì dai siti di notizie israeliani centinaia di foto, centinaia di volti sono comparsi sullo schermo per ricordare a chi è rimasto che loro non ci sono più. Bambini, ragazzi, adulti, anziani uccisi dai terroristi, soldati colpiti in battaglia, poliziotti assassinati mentre cercavano di difendere i kibbutz, civili colpiti dalle bombe dell'Iran, di Hezbollah, degli Houthi.
A mille giorni dal massacro del 7 ottobre 2023, Israele commemora i suoi morti, ricorda che da due anni e otto mesi il Paese è entrato nella guerra più lunga e sanguinosa della sua storia. Le istituzioni non hanno organizzato eventi ufficiali, aspramente criticate dalle opposizioni. Invece la popolazione ha organizzato cerimonie, si è riversata in strada in tutte le città per ricordare e protestare, chiedendo che una commissione d'inchiesta statale venga istituita per trovare i responsabili del catastrofico fallimento: non aver difeso i cittadini dalla ferocia di Hamas e della Jihad islamica. Il primo ministro Benjamin Netanyahu non si è mai assunto esplicitamente la responsabilità e finora un'inchiesta civile, non militare, non è partita. I manifestanti hanno bloccato strade, si sono riuniti nelle piazze, hanno urlato nei megafoni a cominciare dalle 6.29 di giovedì mattina, l'orario in cui iniziò la mattanza nei kibbutz al confine con Gaza. Davanti alla Knesset è stata posta un'installazione con una bara, velocemente evacuata dalla polizia. I dimostranti hanno raggiunto Cesarea, nei pressi della casa del premier, mentre un gruppo di donne ha manifestato davanti al ministero della Difesa a Tel Aviv. Una cerimonia per le centinaia di giovani uccisi al Festival Nova si è tenuto a Re'em.
L'attacco di Hamas ha scatenato la guerra a Gaza. Ma prima ancora, l'8 ottobre 2023, Israele è stato attaccato da Hezbollah dal Libano. Successivamente dagli Houthi filoiraniani dello Yemen, e contemporaneamente da jihadisti e Hezbollah della Siria e milizie filo-Teheran dell'Iraq. Il conflitto si è allargato fino a raggiungere l'escalation diretta con l'Iran. Oggi i combattimenti sono interrotti dal cessate il fuoco, ma nessuno dei conflitti si è concluso con una tregua permanente, scontri sporadici minacciano di far esplodere la calma apparente.
In Israele l'attivismo dei parenti degli ostaggi e delle vittime sta per confluire in una presenza politica significativa. L'impatto effettivo sul futuro del Paese si capirà quando, in vista delle elezioni previste per ottobre, verranno presentate le liste elettorali. Numerosi familiari di rapiti, diventati simboli delle proteste, hanno annunciato l'intenzione di entrare in politica. Eli Shtivi, padre dell'ostaggio Idan, linciato e ucciso il 7 ottobre dalla folla a Gaza, ha annunciato la sua candidatura alle primarie del Likud. "Voglio dare voce a tutte le vittime, nel posto n cui posso avere il maggiore impatto, ossia il Likud", ha dichiarato. Danny Elgarat, fratello di Itzik, rapito e ucciso in cattività a Gaza, ha comunicato la candidatura alle primarie del partito di sinistra "I Democratici". Zvika Mor, padre dell'ostaggio Eitan tornato vivo dopo 738 giorni di prigionia nella Striscia, è entrato nelle liste del partito "Sionismo Religioso" del ministro oltranzista Bezalel Smotrich. Sharon Sharabi, due fratelli in ostaggio di cui uno ucciso nell'enclave, è entrato nella squadra di Avigdor Lieberman e del suo "Israel Beitenu", partito di destra oggi all'opposizione. Almeno un'altra decina di nomi vengono corteggiati da più partiti, tra cui Einav Zangauker, ex 'bibista' (sostenitrice di Netanyahu) diventata il volto delle proteste antigovernative, e Talik Gvili, madre di Rani, l'ultimo ostaggio tornato da Gaza, cadavere, considerata invece simpatizzante del premier Netanyahu.