L'iniziativa popolare che chiede di introdurre una tassa sui miliardari in California sarà sottoposta al voto. Al termine di una battaglia durata mesi e milioni di dollari spesi, la contestata proposta che ha indignato i paperoni della Silicon Valley e spaccato i democratici arriva agli elettori. Nello stesso giorno delle elezioni di Midterm saranno chiamati a decidere se imporre o meno un'imposta una tantum del 5% sui residenti che hanno un patrimonio oltre 1,1 miliardi di dollari e destinare il 90% del ricavato alla sanità.
I sindacati e le organizzazioni promotrici cantano vittoria, prevedendo che la tassa potrebbe portare nelle casse dello stato 100 miliardi in cinque anni. A dare loro soddisfazione è soprattutto la vittoria contro i super ricchi: nonostante le centinaia di milioni di dollari che hanno speso per fare campagna contro l'iniziativa - solo il co-fondatore di Google Sergey Brin ha speso più di 57 milioni - non sono riusciti a spuntarla e ora minacciano di lasciare lo stato, seguendo le orme di Elon Musk che ha voltato le spalle al 'California Dream' e ha scelto il Texas come casa.
Contro la tassa si è speso in prima persona anche il governatore democratico Gavin Newsom, che ha tentato fino alla fine di cercare un accordo per evitare che l'iniziativa fosse sottoposta al voto. Newsom è convinto che la tassa sia negativa per lo stato e sia mal strutturata in quanto prevede finanziamenti solo alla sanità ma non agli altri servizi pubblici. Pur nella sua contrarietà all'imposta della California, il governatore è convinto che sia comunque arrivato il momento di tassare i ricchi a livello nazionale. "Quello che serve è una vera e propria tassa minima federale sui miliardari", oltre alla creazione di un fondo che consenta a tutti gli americani di partecipare ai guadagni economici derivanti dall'intelligenza artificiale, ha scritto su Substack.
L'audace proposta di Newsom rafforza la convinzione di una sua possibile candidatura alle elezioni presidenziali, per le quali il governatore appare da tempo posizionarsi. Allo stesso tempo però crea un'ulteriore spaccatura all'interno del partito democratico, dove la tassa sui ricchi rischia di innescare una 'guerra civile' fra le due anime liberal. Da un lato i moderati, anche quelli della California, che sono contrari o almeno chiedono misure più bilanciate. Dall'altra parte i progressisti capitanati dalla pasionaria Alexandra Ocasio-Cortez e da Bernie Sanders che invece vogliono colpire la ricchezza di paperoni e colmare quel gap con la classe media americana dimenticata da Donald Trump.
La spinta di Ocasio-Corteza e Sanders a cambiare l'anima del partito democratico è cresciuta con i successi di Zohran Mamdani, i cui candidati hanno spopolato alle primari di New York infliggendo un duro colpo all'establishment democratica. Proprio Mamdani è alla finestra e osserva per ora da lontano l'esperimento della tassa in California. Se dovesse funzionare potrebbe fare da apripista in America e New York potrebbe essere la prossima ad adottarla. Così come nella Silicon Valley, anche nella Grande Mela la battaglia contro un'eventuale tassa sui ricchi sarebbe durissima e vedrebbe le grandi banche in prima linea. L'elezione di Mamdani e i suoi recenti successi alle urne hanno però dimostrato a Wall Street che i soli soldi talvolta non bastano.