Seduto accanto all'emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani, a margine del G7 in Francia, il presidente statunitense Donald Trump ha spiazzato l'uditorio lanciando la sua soluzione per "lo stesso piccolo problema che continua a ripresentarsi: Hezbollah", organizzazione paramilitare islamista sciita e antisionista libanese. Il presidente ha avanzato una proposta piombata come un fulmine a ciel sereno: "Ho detto a Israele di lasciare che sia la Siria a occuparsi di Hezbollah perché, francamente, credo che farebbe un lavoro migliore".
"Ho avuto molta influenza su ciò che è accaduto in Siria e l'uomo che oggi guida il paese è una persona che ho contribuito a portare al potere insieme con il presidente (turco Recep Tayyip) Erdogan. Ha fatto un lavoro straordinario ed è molto duro nei confronti di Hezbollah. Non li sopporta", ha dichiarato apertamente Trump, aggiungendo che "Israele combatte Hezbollah da troppo tempo e troppe persone stanno morendo".
"Non è necessario abbattere un condominio ogni volta che si cerca qualcuno, perché in quegli edifici vivono molte persone e non tutte appartengono a Hezbollah", ha proseguito, criticando l'amico nonché premier israeliano Benjamin Netanyahu e indicandogli "di agire con molta più responsabilità sul Libano".
L'Iran, finanziatore e architetto della milizia sciita, è tornato sulla questione oggi per bocca del principale negoziatore, Mohammad Bagher Ghalibaf, secondo cui Israele deve ritirarsi dalle "aree occupate. La popolazione del Libano meridionale deve tornare alle proprie case", ha scritto sulla piattaforma di messaggistica Telegram.
Tuttavia, la soluzione per porre fine alla guerra in Libano e agli attacchi di Hezbollah contro Israele è tuttora avvolta dalla nebbia che grava sul protocollo d'intesa tra Washington e Teheran e sugli sviluppi dei negoziati diretti Israele-Libano che si stanno tenendo nella capitale statunitense. Per il momento non è stato cancellato il quinto round, fissato per lunedì prossimo, facendo dedurre agli analisti che gli sforzi diplomatici per la pace stiano seguendo un canale differente da quello degli accordi tra USA e Iran.
Il presidente libanese Joseph Aoun e il primo ministro Nawaf Salam sono tornati a chiedere un cessate il fuoco permanente e il ritiro completo dell'esercito israeliano (Idf) dal paese. Di avviso opposto il governo di Gerusalemme: "Non intendiamo abbandonare le zone di sicurezza. Ci saranno critiche internazionali, ma non abbiamo intenzione di cedere", ha affermato oggi il ministro della difesa Israel Katz, ribadendo la posizione del premier sostenuta ieri sera in conferenza stampa.
Dopo le parole di Trump, non ci sono stati commenti ufficiali da parte israeliana, né dei paesi che più si sentono coinvolti con Damasco. Ma dietro le quinte si sente il clangore dei veti e del do ut des diplomatico. Mentre il presidente degli USA prova a togliere dalle mani di Netanyahu il dossier Hezbollah, Erdogan starebbe lavorando nella direzione opposta, riferisce la radiotelevisione pubblica israeliana Kan, per evitare che presidente siriano Ahmad al-Sharaa entri in conflitto diretto con Hezbollah in Libano: "Se Hezbollah venisse eliminato, Israele ne uscirebbe rafforzato", una prospettiva che Ankara non vuole, ha detto una fonte molto vicina ai fatti.
Il presidente siriano sarà a Washington la prossima settimana, dove Trump presumibilmente eserciterà tutte le pressioni del caso, nonostante Erdogan. L'altro convitato di pietra è Riad. Per i sauditi l'instabilità in Libano non farebbe altro che rafforzare la posizione di Hezbollah a scapito della sua influenza. L'Arabia Saudita infatti continua a temere che Teheran, e Hezbollah di conseguenza, possa riprendere forza in Siria come era avvenuto fino alla caduta di Bashar al-Assad: uno scenario in contrasto con l'intenzione di Riad di rafforzare il suo peso su Damasco.
Nel frattempo l'organizzazione sciita ha detto la sua, affermando che non ci sarà "nessun accordo sul nucleare tra Iran e USA se gli israeliani non si ritirano" dal Libano. Dove l'Idf è tornato a colpire in seguito al lancio di ordigni sul nord di Israele.