Hezbollah respinge la tregua e il sud del Libano brucia ancora. Il nuovo accordo con Israele mediato dagli Stati Uniti registra un primo ripiegamento simbolico dello Stato ebraico e il conseguente ingresso dell'esercito libanese in una zona a maggioranza cristiana, ma la guerra continua: raid israeliani nel sud, razzi di Hezbollah contro i carri armati israeliani e un bilancio salito, secondo il ministero della salute libanese, a 3'526 vittime in tre mesi.
Tra queste ultime nelle ultime ore c'è anche un casco blu serbo dell'Unifil, ucciso da colpi di mortaio nel settore orientale del fronte. Un fatto di sangue che Israele ha attribuito a Hezbollah, anche se la provenienza dei colpi non è ancora stata chiarita in modo indipendente. "Gli attacchi contro i caschi blu devono cessare", è tornato a denunciare il segretario generale dell'ONU, Antonio Guterres.
L'intesa annunciata a Washington prevede un cessate il fuoco condizionato allo stop completo delle azioni di Hezbollah e all'allontanamento dei suoi miliziani dall'area a sud del fiume Litani. Il testo prevede anche la creazione di "zone pilota" nel sud del Paese dei cedri, affidate al controllo esclusivo dell'esercito libanese.
Osservatori locali fanno notare come l'accordo di Washington riprende in parte quanto già previsto dal cessate il fuoco del novembre 2024 e dai diversi piani proposti dal governo di Beirut nel 2025: dispiegamento graduale dell'esercito libanese, ritiro di Hezbollah dalla fascia di confine e successivo arretramento israeliano. Il testo resta comunque asimmetrico: impone obblighi a Hezbollah senza fissare un ritiro rapido delle truppe israeliane.
A smentire, almeno in parte, questa interpretazione ci ha pensato il premier libanese Nawaf Salam, strenuo propugnatore dei negoziati col nemico israeliano. Il primo ministro ha annunciato l'inizio del dispiegamento dell'esercito in alcune aree come "primo passo pratico e tangibile". Le manovre sono avvenute per ora solo in una località a maggioranza cristiana vicino a Marjayoun, dopo un limitato ripiegamento israeliano verso Khiam.
Salam ha comunque precisato che questo passaggio intermedio "non pregiudica" il diritto del Libano a un ritiro completo di Israele, ma dovrebbe avvicinarlo. Nuovi colloqui sono previsti a Washington il 22 giugno anche se il nodo resta l'applicazione concreta dell'intesa.
Il leader del partito armato, Naim Qassem, ha definito l'accordo "una capitolazione e una sconfitta", invitando il Libano a "porre fine alla farsa e all'umiliazione dei negoziati" con Israele. Per Qassem, che torna a chiedere un cessate il fuoco complessivo e il ritiro israeliano da tutto il Libano, "non ci sarà sicurezza per il nord di Israele senza sicurezza per i villaggi del sud del Libano".
Anche l'Iran ha rilanciato il sostegno a Hezbollah col comandante della Forza Quds dei Pasdaran, Esmail Qaani, che ha ribadito l'urgenza di un ritiro israeliano dal sud del Libano. A questo coro si sono uniti gli Huthi yemeniti, secondo cui "a ogni violazione israeliana seguirà una risposta" nel quadrante del Mar Rosso.
In Israele intanto l'accordo col Libano è entrato inevitabilmente nella campagna elettorale: il ministro della difesa Israel Katz lo ha definito "un grande risultato", sostenendo che l'intesa "può aprire la strada a una pace con lo Stato libanese", al disarmo di Hezbollah e al suo allontanamento dal sud del Litani, garantendo a Israele "sicurezza" e "libertà di azione".
Dal canto suo il ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir ha parlato di "grave errore", accusando i consiglieri del premier Benyamin Netanyahu di trascinarlo verso decisioni sbagliate. Per Ben Gvir "lo Stato libanese è un partner di Hezbollah" e il governo israeliano deve saper dire "no" anche al presidente degli Stati Uniti.
Intanto a Gaza, altro fronte della guerra regionale, secondo fonti mediche locali, almeno undici persone, tra cui quattro bambini, sono state uccise in un raid israeliano a Gaza City.