Un mea culpa a metà, che non cancella le ombre né spegne il coro di intimazioni a dimettersi intonato dalle opposizioni. Keir Starmer ha affrontato alla Camera dei Comuni un antipasto di quello potrebbe diventare per lui l'inizio della resa dei conti sulla vicenda della sciagurata scelta di nominare l'anno scorso ambasciatore negli Usa il chiacchieratissimo ex ministro Peter Mandelson: silurato obtorto collo nel giro di pochi mesi per l'emergere di nuovi dettagli sui suoi già noti rapporti di stretta frequentazione col defunto faccendiere americano Jeffrey Epstein.
Messo all'angolo nei giorni scorsi da rivelazioni ulteriori sui buchi del processo di verifica (vetting) delle credenziali di Mandelson - processo che aveva assicurato fosse stato seguito scrupolosamente e che ora si è scoperto essere stato in realtà completato solo a designazione avvenuta, con tanto di aggiramento delle riserve dei servizi d'intelligence sul via libera all'accesso a informazioni top secret riguardanti la sicurezza nazionale - il premier britannico è stato costretto a presentarsi a Westminster per difendersi dall'accusa d'aver mentito al Parlamento e al Paese. Rettificando quanto era ormai impossibile negare, ma insistendo comunque a farsi scudo dietro una presunta buona fede. E dietro le colpe scaricate sull'apparato amministrativo del Foreign Office.
L'assunzione di una "responsabilità politica" è stata ribadita in forma solenne: "Non avrei mai dovuto nominare Peter Mandelson", ha esordito di fronte alle contestazioni di un'aula rovente: "mi scuso, ancora una volta, con le vittime del pedofilo Jeffrey Epstein".
Parole a cui tuttavia ha fatto seguire una serie di distinguo e tentativi di allontanare da sé i punti oscuri sul vetting. Rispetto ai quali, anziché battersi il petto, ha continuato a battere quello del più alto dei funzionari del ministero degli Esteri, sir Olly Robbins, titolato nominalmente a vidimare il superamento delle procedure di controllo. E silurato per questo la settimana scorsa. "È incredibile che, nel corso di tutta questa vicenda, i funzionari del Foreign Office abbiano ritenuto opportuno trattenere alcune informazioni", ha tagliato corto, tornando a rinfacciare a sir Olly - atteso domani da un'audizione in commissione da cui potrebbero peraltro emergere risposte esplosive alla ricostruzione del premier - di avergli nascosto il parere negativo dei servizi, quando invece avrebbe "dovuto condividerlo con me".
Un parere di cui ha giurato di nuovo di essere stato messo a parte solo "martedì scorso" e che non sarebbe stato comunicato nemmeno all'allora ministro degli Esteri, David Lammy, attuale vicepremier. Di qui la giustificazione ufficiale affidata a un portavoce di Downing Street, nella quale si riconosce solo che il primo ministro abbia "sviato involontariamente" la Camera e l'opinione pubblica.
Un alibi per ora non messo in discussione, almeno non in pubblico, dai banchi del Labour, dove i tanti volti cupi non lasciano comunque presagire nulla di buono per il futuro della leadership di sir Kei:, soprattutto in caso di sconfitta pesante alle elezioni amministrative su larga scala del 7 maggio. E che non basta a convincere affatto alcun partito di opposizione (oltre a una buona fetta di commentatori indipendenti ai quali Robbins appare un facile capro espiatorio).
Le richieste di dimissioni sono state rilanciate così da destra a sinistra: dai conservatori ai verdi, da liberaldemocratici ai trumpiani di Reform Uk di Nigel Farage, il cui capogruppo Lee Anderson è stato espulso dall'aula per aver dato apertamente a Starmer del "bugiardo" con "linguaggio non parlamentare".
La leader Tory, Kemi Badenoch, ha da parte sua martellato sull'accusa al premier di aver "fuorviato il Parlamento" in piena consapevolezza. Accusa che nella tradizione britannica rappresenta una violazione degli standard di condotta ministeriale degna delle dimissioni. Badenoch ha quindi ricordato come lo stesso sir Keir, da capofila dell'opposizione, avesse intimato in prima persona le dimissioni da primo ministro a Boris Johnson, investito nel 2022 da sospetti pressoché identici su uno scandalo, il cosiddetto Partygate, non certo più grave di quello legato ai nomi di Epstein e Mandelson. Per sfidarlo infine provocatoriamente a rispondere a una semplice domanda? "Vale una regola per lei e una per tutti gli altri?".