La guerra con l'Iran è "quasi finita" e un accordo entro la fine del mese è "possibile": parola del presidente statunitense Donald Trump che, pur mostrando ancora una volta ottimismo sull'esito dei negoziati con Teheran in vista della scadenza della tregua il prossimo 21 aprile, non sembra voler mollare la presa. Ha infatti deciso di inviare altri 10'000 soldati nell'area, una mossa per aumentare ancora di più la pressione sulla Repubblica islamica e spingerla verso un'intesa in tempi stretti.
I contatti fra Washington e Teheran tramite i mediatori al momento proseguono serrati e si sta lavorando a un'estensione del cessate il fuoco di due settimane per dare alla diplomazia una chance di successo. Un nuovo round di colloqui potrebbe tenersi la prossima settimana. I dettagli sono ancora in via di definizione: né una data né una località sono ancora state scelte.
È possibile che Islamabad, in Pakistan, sia nuovamente la sede dei negoziati, non prima però del 18 aprile. Fino ad allora, infatti, il premier pachistano Shehbaz Sharif sarà in viaggio fra l'Arabia Saudita, il Qatar e la Turchia per uno "scambio di vedute" sulla situazione. Islamabad ha anche inviato il suo ministro degli interni Mohsin Naqvi e il capo delle forze armate Asim Munir - più volte definito da Trump come il suo "preferito" - a Teheran per recapitare un messaggio degli Stati Uniti e cercare di organizzare il nuovo incontro, al quale gli Stati Uniti si dovrebbero presentare ancora una volta con il vicepresidente James David Vance (conosciuto come J.D. Vance) e gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner. I nodi da sciogliere restano comunque gli stessi: il programma nucleare iraniano e la navigazione nello Stretto di Hormuz.
Le ferventi trattative degli ultimi giorni lasciano ben sperare, quantomeno in un avvicinamento delle posizioni. "L'Iran non cerca la guerra o l'instabilità" e sostiene un dialogo costruttivo con gli Stati Uniti, ma non si lascerà "costringere alla sottomissione", ha chiarito il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. "Credo che vogliano raggiungere un accordo a tutti i costi", ha insistito Trump, tornando a parlare di un Iran annientato dalle forze americane. "Li abbiamo pestati pesantemente" e "se ce ne andassimo ora, avrebbero bisogno di 20 anni per la ricostruzione", ha aggiunto il presidente americano.
Nella tela diplomatica per cercare di risolvere un conflitto che rischia di far scivolare l'economia mondiale in recessione, anche la Cina continua a essere impegnata in prima linea. Il ministro degli esteri iraniano, Abbas Aragchi, ha sentito il suo omologo cinese Wang Yi, con il quale si è intrattenuto sui progressi nelle trattative. "Sosteniamo lo slancio dei negoziati", ha fatto sapere Pechino, smentendo seccamente di sostenere l'Iran dal punto di vista militare.
"Xi mi ha detto che non stanno fornendo armi a Teheran", ha assicurato Trump, raccontando di aver scritto al presidente cinese per chiedere spiegazioni sulle indiscrezioni in circolazione e di aver ricevuto in risposta un una lettera in cui "essenzialmente" diceva che non lo stava facendo. "Mi darà un grande abbraccio fra qualche settimana", ha poi aggiunto riferendosi alla sua prossima visita in Cina.
Trump sembra voler chiudere il conflitto con l'Iran rapidamente: fra il crollo dei sondaggi, le crescenti difficoltà dei repubblicani e le critiche di parte della sua base del movimento Make America Great Again (MAGA, in italiano rendiamo l'America di nuovo grande), il comandante in capo sa di essersi esposto a molti rischi e che è arrivato il momento di voltare pagina. Il pericolo è che anche il suo partito possa definitivamente ribellarsi alla guerra. La legge prevede infatti che un presidente ottenga il via libera del Congresso se l'operazione militare dura più di 60 giorni, e molti conservatori hanno già detto che Trump dovrà rispettarla. La scadenza è alla fine del mese. Non è escluso, comunque, che l'inquilino della Casa Bianca voglia chiudere il dossier dell'Iran per occuparsi di un'altra delle sue priorità: Cuba. Il Pentagono starebbe già elaborando piani militari per l'isola così da essere pronto se il comandante in capo decidesse di procedere.