Il vincitore delle elezioni in Ungheria ha i numeri per scrivere il dopo-Orban, subito lotta alla corruzione

"Non sono qui per governare per sempre". Peter Magyar si presenta al centro congressi di Budapest con in tasca le chiavi del sistema e una linea già definita, marcando fin dalle prime parole una distanza netta da chi ha finito per confondersi con il potere stesso. Dopo sedici anni di dominio di Viktor Orban, l'ex insider che ha sconfitto il "leader illiberale" è deciso a voltare pagina. Con 138 seggi su 199 ha conquistato la super maggioranza dei due terzi e un mandato "forte" per riscrivere le regole del gioco, cambiare la Costituzione e smontare l'architettura del sistema Fidesz.
"Non è un semplice cambio di governo, ma un cambiamento completo di regime", ha affermato con il piglio già da premier davanti a una sala stampa gremita per una conferenza fiume di tre ore, fissando una transizione da avviare "subito", entro maggio, per rimettere sui binari un Paese che, ha attaccato, "è stato devastato e non ha tempo da perdere". La rottura con il passato si declina nel ripristino dello stato di diritto e nella lotta alla corruzione.
Sul piano internazionale, il cambio di tono è invece segnato dalla diversa postura nei confronti di Washington e Mosca: "Non chiamerò né Vladimir Putin né Donald Trump", ha sottolineato il trionfatore delle elezioni, facendo tuttavia emergere un distinguo. La Russia "è una minaccia" per la sicurezza nazionale ed europea, mentre gli Stati Uniti restano un alleato da coltivare, soprattutto in orbita Nato. Un segnale di distensione per ridimensionare la pioggia di endorsement di Donald Trump a Orban, saldando anche una linea euroatlantica più volte ribadita: "L'Ungheria appartiene all'Europa".
La geografia del voto restituisce la misura della svolta: il blu di Tisza - il partito dell'avvocato 45enne che prende il nome dal fiume Tibisco - ha travolto quasi tutta l'Ungheria, lasciando a Fidesz sacche sempre più isolate. Magyar non si è limitato alle città, ma ha sfondato nelle province e nei territori rurali, cuore storico del premier sovranista. Il primo atto della nuova Ungheria - con un esecutivo destinato a essere composto in larga parte da figure alla prima prova di alto livello - passa da uno scontro diretto con il presidente Tamas Sulyok, vicino a Orban, bollato come "un burattino". "Spero che mi stia ascoltando", ha scandito Magyar, chiedendogli di non ostacolare il passaggio di consegne, conferirgli l'incarico "il prima possibile" e poi dimettersi. Dopo anni di centralizzazione, il riequilibrio dei poteri è al centro di un programma che punta su trasparenza e nuova fiducia con un pacchetto anti-corruzione. Sullo sfondo, una riforma costituzionale da sottoporre a referendum, nella quale inserire anche il limite di due mandati per il primo ministro con effetto retroattivo. Un modo per archiviare per sempre la stagione Orban, già al quinto mandato. Il premier ha "depredato" il Paese, ha affondato Magyar, chiamando in causa anche il ministro degli Esteri Peter Szijjarto, accusandolo di stare "distruggendo documenti" legati alle sanzioni Ue contro la Russia per coprire la connivenza con Mosca, "come ai tempi del comunismo".
Oltre i confini nazionali, il cambio di spartito del vincitore si riflette nel riavvicinamento europeo. Avviati fin dalle prime ore i contatti con i leader Ue, inclusa Ursula von der Leyen, l'attenzione è tutta rivolta allo sblocco dei 18 miliardi di fondi Ue congelati, una partita su cui potrà incidere anche la decisione di lasciar cadere il veto sul prestito comune sull'Ucraina. La linea di Magyar su autonomia e sovranità resta però netta, senza arretramenti sui dossier più sensibili, a partire dalla migrazione. "Saremo costruttivi, cercheremo compromessi. Non andremo a Bruxelles a combattere per poi accusarla", ha osservato il leader dell'opposizione dal passato nelle istituzioni Ue, segnando una discontinuità rispetto alla stagione dei veti orbaniani. Una linea di faglia però si delinea già sul dossier ucraino, dove Magyar ha escluso scorciatoie per l'adesione di Kiev. A fare da contraltare c'è, tuttavia, la presa di distanze netta da Mosca. "Conosciamo l'orso russo", ha osservato Magyar, auspicando che Putin sia "costretto a mettere fine a un conflitto" in cui "l'Ucraina è la vittima". Ma una porta resta socchiusa: un taglio totale all'energia russa sarebbe "come spararsi sui piedi". Un dettaglio che lo riannoda, suo malgrado, al rivale sconfitto.