"Hajra Viktor!". Il coro di sostegno parte compatto poco prima delle 18 e riempie piazza Dosa Nador, nel centro di Debrecen, avvolta dalla luce del tardo pomeriggio, pronta ad accogliere il suo leader.
Le bandiere rosso-bianco-verdi sventolano sopra la folla, mescolate a qualche vessillo a stelle e strisce. Viktor Orban ha scelto di giocarsi nella roccaforte del suo Fidesz una delle ultime carte della campagna elettorale: il capoluogo orientale dove il consenso si è consolidato negli anni fino a diventare potere.
Ma oggi quella certezza vacilla. A sintetizzare l'umore è Adam, 23 anni, con una bandiera nazionale sulle spalle: "Se vincerà? È la grande domanda del momento. Io lo spero, ha protetto la sua nazione. Certo, sono tempi difficili. Ma nessuno è perfetto".
Nel tentativo di non deludere i suoi sostenitori, il premier dal palco ha rilanciato su guerra ed economia. "Tutti sanno cosa è in gioco: il denaro degli ungheresi. Permetteremo che i soldi degli abitanti di Debrecen finiscano all'Ucraina?", ha chiesto alla platea, raccogliendo una risposta immediata. "Non lo permetteremo", lo ha sostenuto la piazza, diventando la "maggioranza rumorosa" che, nella prospettiva del leader di Fidesz, domenica alle urne può ancora consegnargli un futuro alla guida del Paese.
Un dominio che, per quasi due decenni, Orban ha costruito proprio nelle campagne e nelle città di provincia. Debrecen, con i suoi 200mila abitanti, ne è il simbolo: nel 2022 il partito di governo ha superato il 50,9%, staccando nettamente l'opposizione al 37,3%, con un controllo consolidato anche a livello locale, dove il sindaco Laszlo Papp è in carica dal 2014.
Oggi però il capoluogo della contea di Hajdu-Bihar non è più soltanto una cassaforte elettorale. Si è trasformato nel volto della nuova Ungheria industriale - tra gigafactory e mobilità elettrica -, diventando allo stesso tempo uno dei punti in cui il malcontento emerge, alimentato da timori ambientali e tensioni sociali.
Per ricompattare il fronte, Orban è tornato ad attaccare il nemico ucraino. Kiev "non può chiedere i nostri figli, le nostre armi, né che ci roviniamo smettendo di acquistare energia russa a basso costo", ha evidenziato, avvertendo che fermare le forniture da est costerebbe a ogni famiglia "l'equivalente di uno stipendio mensile medio". Poi l'affondo sull'opposizione: "I soldi raccolti dalle multinazionali noi li abbiamo dati ai pensionati, alle famiglie e ai giovani, cari Tisza! Se vinceranno loro, inizieranno a derubare le famiglie già dal 2026".
La piazza, però, non è stata tutta sua. Sul retro, separati da cordoni di sicurezza, piccoli gruppi di oppositori si sono fatti sentire con fischi e slogan. "C'è chi è interessato a noi. Non siamo completamente soli", li ha citati Orban con una punta di ironia, dicendosi certo che, una volta ascoltato il suo discorso, domenica anche loro sceglieranno Fidesz.
Ma i sondaggi, nonostante la spinta arrivata da Washington, non indicano inversioni di tendenza. Dopo la visita del vicepresidente JD Vance, la Casa Bianca ha annunciato un pacchetto di accordi su energia, difesa e tecnologia: il gruppo energetico ungherese Mol acquisterà petrolio dagli Stati Uniti per circa 500 milioni di dollari e il governo comprerà sistemi missilistici Himars per 700 milioni, oltre a rinnovare la cooperazione su nucleare e intelligenza artificiale.
Nel suo bastione, sabato chiuderà la campagna Magyar - in queste ore impegnato a ovest -, convinto che anche nel cuore del sistema Fidesz il consenso al premier non sia più blindato. Al centro del messaggio dell'opposizione c'è anche il ritorno saldo in Europa. Con una sfida ancora aperta: secondo un sondaggio del Centro 21, davanti a un ipotetico referendum, il 62% degli ungheresi voterebbe per restare nell'Ue, ma in un anno e mezzo gli indecisi sono saliti dal 10% al 17%.