Ha vinto male, ma ha vinto. E alla fine è stata lei ad essere stata incaricata di formare un governo. Mette Frederiksen e i Socialdemocratici potrebbero guidare, per la terza volta, l'esecutivo in Danimarca.
La mossa della premier uscente di anticipare le elezioni parlamentari ha pagato a metà. Il suo partito, con il 21,9%, ha registrato il peggior risultato dal 1903. Ma, allo stesso tempo, ha recuperato punti rispetto alle previsioni di qualche mese prima, riuscendo a distaccare tutti i concorrenti. "Sono pronta assumere nuovamente il ruolo di primo ministro", ha scandito Frederiksen derubricando come fisiologico il calo del suo partito, al potere da diversi anni.
La scommessa di Mette, nonostante il tonfo di oltre cinque punti rispetto alle elezioni del 2022, potrebbe quindi risultare vincente. E determinante è stato "l'aiuto" offerto alla premier uscente da Donald Trump. Il presidente americano, dal punto di vista elettorale, sembra essersi trasformato in un Re Mida al contrario. È infatti sulla gestione del dossier Groenlandia che Frederiksen ha basato la sua rimonta.
Socialista atipica, che ha reso la questione securitaria una priorità assoluta in Danimarca e in UE, si è ritrovata catapultata nel mezzo del ciclone Trump, determinato a "prendersi" l'isola dei ghiacci. Con l'aiuto della risposta unitaria europea e della mediazione della NATO, Copenaghen ha respinto l'assalto americano.
Frederiksen è voluta passare all'incasso sul fronte interno, anche se non riuscirà a formare una maggioranza autonoma. Decisivo sarà il leader dei Moderati, Lars Løkke Rasmussen. Ministro degli esteri uscente, politico navigato, questi ha negoziato in prima persona, alla Casa Bianca, il dossier Groenlandia. Rasmussen è stato uno dei volti principali della Danimarca che si è opposta a Trump. E alla fine, sebbene i Moderati abbiano avuto una lieve flessione, il dato ha pagato.
La vittoria di Frederiksen è stata accolta come "cruciale" dai Socialisti all'Eurocamera. Dove, tra i gruppi europeisti, si comincia a respirare un'aria di prudente ottimismo. In Slovenia il candidato sovranista (sebbene sia membro del Partito popolare europeo) Janez Janša, partito favorito, alla fine non ha prevalso.
Nella più grandi città della Francia, a cominciare da Parigi, l'onda lepenista c'è stata ma non si è rivelata vincente. A questi appuntamenti non si può non aggiungere quello del referendum sulla riforma della giustizia in Italia, descritto dalla stampa europea come "il ritorno con i piedi per terra" per la premier Giorgia Meloni. Risultati, questi, che hanno un minimo comune denominatore: il traino dell'anti-trumpismo in Europa.
Il giorno chiave, in questo senso, resta quello del 12 aprile, quando in Ungheria Viktor Orbán si giocherà la conferma alla guida del paese. L'esito delle urne magiare potrebbe essere un punto di svolta per l'intera UE.
Una sconfitta di Orban potrebbe consolidare un trend europeista che, in queste ultime settimane, comincia ad emergere seppur con una certe timidezza. Allo stesso tempo, la grande famiglia sovranista si ritroverebbe di fronte ad un problema non da poco: l'effetto boomerang del trumpismo.
Del resto l'inquilino della Casa Bianca già da qualche tempo sta creando divisioni tra i sovranisti. Non tutti, a cominciare dal Rassemblement National, si dichiarano più fedeli alleati del presidente statunitense. Resta da capire a chi porterà voti l'eventuale ondata anti-trumpista.
La Danimarca, in questo contesto, ha fornito una mappa politica molto frastagliata, che ha registrato comunque un netto miglioramento dell'estrema destra. Ma che, parallelamente, ha visto un balzo in positivo dell'estrema sinistra e del socialismo verde.