Analisti segnalano clausole favorevoli agli Usa con fino al 90% dei profitti operativi, rischi per banche giapponesi e possibile delocalizzazione industriale
Le nuove iniziative di cooperazione tra Giappone e Stati Uniti nel settore energetico espongono le imprese nipponiche al rischio di condizioni contrattuali sfavorevoli. È quanto rilevano diversi analisti interpellati dall'agenzia Kyodo, secondo cui il piano - presentato la scorsa settimana a Washington - pur rafforzando i rapporti politici tra la premier Sanae Takaichi e il presidente statunitense Donald Trump, solleva al contempo criticità sul piano finanziario e industriale.
In particolare, le banche del Sol Levante potrebbero incontrare difficoltà nel reperire valuta estera necessaria a sostenere i progetti, anche alla luce delle garanzie pubbliche. I nuovi investimenti, che si aggiungono ai 36 miliardi di dollari annunciati nella prima tranche un mese fa, portano a circa il 20% la quota già impegnata del pacchetto complessivo da 550 miliardi delineato a luglio in cambio di un alleggerimento delle tariffe commerciali. Secondo il memorandum firmato a settembre, la direzione strategica dei progetti resta in capo a Washington, mentre agli Stati Uniti spetterà fino al 90% dei profitti nella fase operativa a regime; solo nelle fasi iniziali è prevista una condivisione dei ricavi. "Sebbene i progetti siano formalmente concordati tra le parti, i negoziati si svolgono in un contesto in cui l'amministrazione Trump continua a ventilare nuovi dazi", osserva Junki Iwahashi, economista di Sumitomo Mitsui Trust Bank. "La sfida per Tokyo è valutare correttamente i rischi in un quadro di crescente pressione politica". Analoga la valutazione di Takuya Hoshino, del Dai-ichi Life Research Institute, secondo cui impegni di questa portata rischiano di accelerare la delocalizzazione industriale, in una fase in cui il governo giapponese punta invece a rafforzare gli investimenti domestici. Tra i progetti già confermati figurano reattori modulari sviluppati da GE Vernova-Hitachi negli Stati del Tennessee e dell'Alabama, oltre a impianti a gas in Pennsylvania e Texas. La prima tranche comprendeva anche una centrale a gas in Ohio destinata ad alimentare data center per l'intelligenza artificiale, un terminal petrolifero in Texas e un impianto per la produzione di diamanti sintetici in Georgia. Restano invece escluse alcune iniziative inizialmente allo studio - tra cui sistemi di accumulo energetico, uno stabilimento Japan Display per schermi avanzati e una fonderia di rame - un segnale che, secondo gli osservatori, riflette le prime cautele del settore privato di fronte all'evoluzione del quadro economico e geopolitico.