Estero

Israele martella Beirut, ma si tratta dietro le quinte

17 marzo 2026
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L'esercito israeliano amplia la manovra in Libano, con cinque divisioni operative nel sud del paese dei cedri in una fascia fino a dieci chilometri dal confine e con i bombardamenti dell'aviazione su Dahieh, la roccaforte dell'organizzazione paramilitare islamista sciita e antisionista Hezbollah a Beirut. Il Partito di Dio continua a lanciare missili e droni su Israele, prevalentemente intercettati, ma ieri una casa a Naharyia, a ridosso del confine, è stata colpita, i sei inquilini si sono salvati grazie al rifugio.

In queste ore l'esercito israeliano (Idf) ha diramato la massima allerta per un'identificata "intensificazione di preparativi di Hezbollah per lanci massicci", presumibilmente come è avvenuto mercoledì scorso quando 200 razzi e droni sono stati sparati in contemporanea. "Stiamo operando per contrastare, ma se Hezbollah commetterà un errore, la risposta non sarà proporzionata'', ha avvertito una fonte militare tramite i media.

È in questo scenario, che vede sempre più configurarsi l'opzione di un prolungamento della guerra sul fronte libanese indipendentemente dagli sviluppi in Iran, che riappare la figura di Ron Dermer, il consigliere più fidato del premier dello Stato ebraico Benjamin Netanyahu sui temi di politica estera da vent'anni, come inviato per il dossier libanese.

Dermer, che a novembre ha lasciato l'incarico di ministro per gli affari strategici per ragioni familiari, ha detto ieri che ''si può parlare di un potenziale accordo di pace, ma perché possa accadere, Hezbollah deve essere disarmato. La disputa tra noi e il Libano è molto limitata. Ci sono tredici punti di controversia sulla linea di confine, sette dei quali sono già stati risolti''.

Le affermazioni, riportate dal sito di informazioni israeliano Ynet, sono state rilasciate in un incontro a porte chiuse a New York con esponenti della comunità ebraica locale, in cui Dermer ha anche rassicurato che ''Israele non ha alcuna rivendicazione territoriale in Libano, vuole solo impedire a Hezbollah di attaccarci''.

Dermer avrebbe visitato l'Arabia Saudita la settimana scorsa, in piena guerra, per discutere la proposta di negoziati diretti da tenersi a Cipro avanzata dal presidente libanese Joseph Aoun. Una circostanza smentita da Riad, che i più danno invece per accreditata, dato il rispetto di cui gode Dermer - considerato il vero stratega degli Accordi di Abramo - sia a Washington sia nei paesi del Golfo Persico. Dermer è anche l'uomo che ha gestito per Netanyahu, nei mesi scorsi, i primi colloqui diretti con la Siria in venticinque anni, incontrando a più riprese il ministro degli esteri di Damasco Asaad al-Shaibani, patrocinato da Riad.

In Israele c'è grande scetticismo rispetto al governo di Beirut, perché dal cessate il fuoco del novembre 2024 non è riuscito a implementare il disarmo di Hezbollah nelle aree meridionali, dilaniato dai timori che un confronto tra esercito e milizie sciite pro iraniane possa sfociare in una nuova guerra civile. D'altro canto, si guarda con interesse alla retorica e alle azioni contro il Partito di Dio sul piano giuridico, come averne vietato l'ala militare, la restrizione dei visti ai cittadini iraniani, o la direttiva, diffusa ieri dal ministro della comunicazione ai media di Stato, di non utilizzare più il termine "resistenza" per definire Hezbollah.

Se in Israele c'è consenso politico trasversale sulla guerra con l'Iran, è proprio sul dossier Libano che si sentono le prime incrinature con ex generali, tra cui Yair Golan, oggi alla guida del partito I Democratici, che chiedono di non stracciare la via diplomatica. Gli analisti israeliani concordano: se mai si arrivasse ai negoziati, si svolgeranno sotto il fuoco e mentre l'Idf mantiene la presenza nel sud del Libano, come leva per qualsiasi accordo. Resta da capire quanto a lungo rimarrà sul piatto la mano tesa da Beirut.

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Questo articolo è stato pubblicato con l'ausilio dell'IA. Maggiori informazioni