Jefferies e Rystad stimano oltre 63 miliardi nel 2026 se il greggio resta a 100 dollari al barile; vantaggi per lo shale oil e rischi per chi ha asset nel Golfo
Le proiezioni della banca d'investimento Jefferies, riporta il Financial Times, stimano che i gruppi Usa genererebbero flussi di cassa aggiuntivi di 5 miliardi di dollari nel solo mese corrente, a seguito di un rialzo di circa il 47% dei prezzi del petrolio dall'inizio del conflitto, il 28 febbraio.
Se i prezzi negli Stati Uniti dovessero restare elevati, su una media di 100 dollari al barile per l'intero anno, le compagnie riceverebbero un incremento di 63,4 miliardi di dollari derivante dalla produzione petrolifera, secondo quanto riferito dalla società di ricerca energetica Rystad.
Mentre giovedì i prezzi del Brent hanno superato la soglia dei 100 dollari, il presidente americano Donald Trump ha rivendicato in un post sui social che "gli Stati Uniti sono il più grande produttore di petrolio al mondo, di gran lunga; pertanto, quando i prezzi del petrolio salgono, noi guadagniamo un sacco di soldi". Il West Texas Intermediate (WTI), il greggio di riferimento per il mercato statunitense, ha chiuso le contrattazioni di venerdì a 98,71 dollari al barile.
I flussi di cassa aggiunti, secondo il quotidiano della City, dovrebbero favorire le società statunitensi specializzate nello shale oil, con presenza operativa limitata in Medio Oriente. Tuttavia, il quadro si presenta più complesso per le maggiori compagnie petrolifere internazionali. ExxonMobil e Chevron - così come le rivali europee BP, Shell e TotalEnergies - detengono vasti asset nell'area del Golfo e risentono in misura maggiore della chiusura dello Stretto di Hormuz.