Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky si appresta a cimentarsi nell'ennesima missione di "moral suasion" (persuasione morale) europea.
Prima tappa, la Romania, poi Parigi, dove incontrerà prima il presidente francese Emmanuel Macron per un tête-à-tête incentrato sulla lotta alla flotta ombra russa nonché sulla strategia per la pace giusta, dopo gli studenti di Sciences Po. Infine, probabilmente, Madrid. Anche se una data precisa non c‘è ancora.
Con gli occhi del mondo puntati sul Golfo, Zelensky vuole giocare d'anticipo. "Se USA ed Europa sono forti, se non acquistano petrolio e gas russi, la guerra finirà il più rapidamente possibile", ha avvertito. Con lo Stretto di Hormuz strozzato, la partita energetica diventa infatti delicatissima e il leader ucraino lo sa bene.
I segnali sono evidenti. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov è tornato a parlare di "cooperazione" tra Russia e Stati Uniti sui mercati energetici come importante fattore di stabilità. "È troppo presto per parlarne, in questo momento, ma l'argomento è certamente oggetto di discussione", ha dichiarato.
Il negoziatore di Vladimir Putin, Kirill Dmitriev, su X ha fatto sapere di aver partecipato ad un "incontro produttivo" con gli emissari americani Steve Witkoff e Jared Kushner e col consigliere senior della Casa Bianca Josh Gruenbaum, i primi colloqui tra Mosca e Washington dall'inizio della guerra con l'Iran.
"Abbiamo discusso di progetti promettenti che potrebbero contribuire al ripristino delle relazioni russo-americane e all'attuale crisi dei mercati energetici globali", ha scritto Dmitriev in un post su Telegram. "Oggi molti paesi, in primo luogo gli Stati Uniti, stanno iniziando a comprendere meglio il ruolo chiave e sistemico del petrolio e del gas russi nel garantire la stabilità dell'economia globale, nonché l'inefficacia e la natura distruttiva delle sanzioni contro la Russia".
Parole tutte da verificare. Resta però il fatto che il presidente americano Donald Trump e quello russo Vladimir Putin si sono sentiti da poco al telefono, con lo zar intenzionato ad essere "utile". Abbastanza per mettere sul chi va là Zelensky.
Peraltro, pure sul fronte europeo non mancano intoppi. Il 20esimo pacchetto di sanzioni resta bloccato dal veto ungherese, così come il prestito da 90 miliardi di euro deciso a dicembre grazie all'astensione costruttiva di Viktor Orbán. Salvo poi puntare nuovamente i piedi nel quadro di una partita interna in chiave elettorale, che sta innalzando il livello di scontro con Kiev.
Budapest - dopo aver parlato con il vice ministro dell'energia russo Pavel Sorokin - ha accusato l'Ucraina di aver lanciato "diversi attacchi" contro le infrastrutture critiche del gasdotto TurkStream. "Se il gasdotto venisse interrotto, la sicurezza dell'approvvigionamento di gas dell'Ungheria e di diversi paesi dell'Europa centrale e sudorientale sarebbe a rischio", ha tuonato il ministro degli esteri ungherese Péter Szijjártó.
L'altro ramo di azione è la guerra dei droni: Zelensky ha spedito nel Golfo i suoi esperti per offrire assistenza contro gli attacchi iraniani. Naturalmente è una leva, dato che sono paesi sinora rimasti ai margini, ben attenti a non entrare in rotta di collisione con il Cremlino.
"Volevamo firmare un importante accordo per la produzione di droni con gli Stati Uniti, ma avevamo bisogno dell'approvazione della Casa Bianca", ha notato il presidente ucraino. "Operano come un unico sistema e possono difendere da centinaia o migliaia di ’shahed' e missili iraniani".
"Forse gli amici americani saranno più vicini a questa decisione ora, soprattutto dopo le sfide che stiamo vivendo in Medio Oriente", ha aggiunto Zelensky. Insomma, l'ex comico, ora che finalmente ha delle carte, se le vuole giocare.