Nel sud del Libano la guerra entra nei rapporti di vicinato e nella composizione delle comunità, lasciando anche le località cristiane strette tra l'incudine di Israele e il martello di Hezbollah.
"Siamo in mezzo alla guerra. Non vogliamo andare via ma siamo un'isola circondata da zone in cui non sappiamo cosa stia succedendo", racconta all'ANSA padre Tony Elias, vice parroco di Rmeish, cittadina del distretto di Bint Jbeil a ridosso del confine con Israele, all'indomani della morte di Pierre El Raii, il parroco maronita di Qlayaa ucciso sotto le bombe di un raid israeliano.
A Rmeish restano circa settemila abitanti. Il paese fa parte del gruppo di villaggi dell'estremo sud assieme ad Ayn Ebel e Debel, dove vivono circa duemila persone. Più a ovest, nel settore costiero della linea di demarcazione, il villaggio cristiano di Alma Shaab è ormai vuoto dei suoi abitanti. Stamani i militari italiani della missione Unifil sono intervenuti per scortare gli ultimi residenti fuori dal paese mentre l'area resta esposta al rischio di nuove operazioni militari.
Dallo scoppio del nuovo round di guerra il 2 marzo scorso, Rmeish aveva accolto un centinaio di famiglie sciite sfollate da altri villaggi del sud colpiti dalla violenza di Israele. La loro presenza, racconta padre Elias è diventata improvvisamente un problema: "Con noi vivevano un centinaio di famiglie sciite sfollate. Ieri abbiamo ricevuto chiamate da Israele che ci ha intimato: ‘o se ne vanno queste famiglie o ve ne dovrete andare tutti’", riferisce il vice parroco.
La comunità locale ha così contattato le autorità libanesi per trovare una soluzione. "Si è trovato un luogo tra Tiro e Sidone dove queste famiglie potranno trovare rifugio", spiega Padre Elias. Secondo osservatori locali, pressioni di questo tipo riflettono il tentativo israeliano di svuotare l'area della presenza sciita considerata la base sociale del sostegno a Hezbollah. E c‘è chi parla apertamente di "pulizia confessionale".
A Rmeish la popolazione cerca di restare nelle proprie case. "Cerchiamo di rimanere vigili per non dover abbandonare il paese", dice padre Elias. "Vogliamo vivere in pace. Non abbiamo combattenti, non abbiamo missili. Siamo stufi delle guerre". Nel villaggio restano ancora militari dell'esercito libanese, agenti della polizia e vigili urbani, segno della presenza formale dello Stato libanese nell'area.
Ma cresce il timore che la situazione possa degenerare con una nuova avanzata israeliana via terra nel sud del Libano, uno scenario che riporterebbe la regione alla realtà vissuta per oltre due decenni tra il 1978 e il 2000, quando Israele occupava un'ampia fascia del territorio libanese.
"Noi vogliamo vivere nello Stato libanese. Ma cosa possiamo fare di fronte a una forza più forte di noi?". Il vice parroco non esclude il ritorno a una "occupazione militare" israeliana. Ma precisa: "noi siamo contro chi lancia i missili e contro chi occupa i territori altrui". A Rmeish intanto il paese rischia di restare isolato. "Per ora c’è ancora una strada di accesso" verso nord-ovest. "E abbiamo scorte sufficienti di viveri", afferma padre Elias. Se la situazione dovesse peggiorare, "chiederemo aiuto a Unifil", il cui mandato scade però a fine anno. "Viviamo minuto per minuto", afferma. "Non sappiamo cosa succederà. Sappiamo solo che per ora siamo vivi".