Prime crepe nell'operazione israeliano-americana contro l'Iran. I bombardamenti di Israele contro 30 depositi di carburante iraniani hanno colto di sorpresa gli Stati Uniti, scatenando l'irritazione del presidente Donald Trump verso l'alleato primo ministro dello Stato ebraico Benjamin Netanyahu, col quale l'inquilino della Casa Bianca intende comunque "condividere" la decisione sulla fine della guerra.
"Al presidente gli attacchi non piacciono. Vuole salvare il petrolio, non bruciarlo", ha detto un consigliere di Trump al sito statunitense di notizie politiche Axios, spiegando che la questione sarà affrontata ai massimi livelli politici fra i due alleati. Anche se Israele non ha colpito gli impianti di produzione petrolifera, Washington teme che le alte colonne di fumo nero che si stanno alzando dai depositi di carburante bombardati possano ritorcersi contro la campagna in corso, unendo la popolazione a sostegno del regime.
Le immagini - è la preoccupazione della Casa Bianca - potrebbero inoltre avere un potente effetto sugli americani, ricordando loro quel caroenergia che il presidente tanto teme in vista delle elezioni di metà mandato. Pur ostentando sicurezza di fronte alla corsa delle quotazioni del greggio ("è un piccolo prezzo da pagare, scenderanno rapidamente dopo la distruzione della minaccia iraniana", ha detto), il presidente è consapevole che l'aumento dei prezzi della benzina e del gas peserebbero sui portafogli degli americani, esacerbando quel carovita di cui si lamentano da mesi con conseguenze potenzialmente negative per i repubblicani alle urne a novembre.
Sul balzo dei prezzi petroliferi "ho un piano", ha spiegato Trump senza entrare nei dettagli. Secondo indiscrezioni dell'agenzia di stampa britannica Reuters, il presidente sta valutando varie opzioni: oltre al rilascio delle riserve petrolifere nell'ambito del G7 (Gruppo dei sette, di cui fanno parte Canada, Francia, Germania, Regno Unito, Italia, Giappone e Stati Uniti), Trump potrebbe limitare le esportazione di greggio americane, intervenire sul mercato di future del petrolio, rinunciare ad alcune tasse federali o allentare alcuni dei requisiti previsti dalla Jones Act, legge che impone che il carburante viaggi solo su navi battenti bandiera americana.
Oltre al caropetrolio, a occupare Trump è l'ipotesi di un dispiegamento di truppe di terra in Iran. "Non abbiamo ancora deciso. Non siamo affatto vicini" all'invio, ha spiegato il presidente prima di partecipare al ritiro dei deputati repubblicani della Camera a Miami (Florida). Un appuntamento per cercare di rafforzare la sua presa sul partito e spingere il Save America Act, legge che impone requisiti più stringenti per il voto alle elezioni di metà mandato.
A novembre i repubblicani guardano con preoccupazione ai problemi esistenti in casa - dall'immigrazione alle prime difficoltà dell'economia - ai quali si è aggiunta ora una guerra all'Iran a cui gli americani sono contrari e che sta sollevando molte polemiche tra i sostenitori del movimento Make America Great Again (MAGA, in italiano rendiamo l'America di nuovo grande) di sostegno a Trump.
Quest'ultimo è convinto che il conflitto sia nell'interesse del movimento perché nel segno dell'"America First" (primato all'America) in termini di sicurezza. Una spiegazione che però non convince. Fra i democratici, i critici iniziano a notare le similitudini fra la Casa Bianca di Trump e il presidente russo Vladimir Putin sul conflitto. Nessuno dei due parla di guerra ma di "un'operazione", lo aveva fatto il leader del Cremlino e lo ha fatto il presidente della Camera dei rappresentanti (speaker), il repubblicano Mike Johnson. Di recente, inoltre, il capo del Pentagono Pete Hegseth ha messo in evidenza che gli Stati Uniti "non hanno iniziato la guerra ma, sotto il presidente Trump, la stanno finendo". Parole molte simili a quelle di Putin nel 2022, quando disse: "Non abbiamo iniziato questa cosiddetta guerra. Piuttosto stiamo cercando di finirla". Somiglianze che spaventano, anche perché Putin pensava di conquistare l'Ucraina in un paio di settimane ed è ora impegnato nel quarto anno di conflitto. La paura di molti è che l'Iran sia l'Ucraina di Trump.