I vertici istituzionali del Libano vicini agli Stati Uniti si dicono pronti a negoziati diretti con Israele, un'apertura mai avvenuta in questi termini tra due paesi in stato di belligeranza dalla loro nascita formale circa ottant'anni fa: effetto di una crescente pressione politica interna come conseguenza della sanguinosa campagna militare israeliana, ufficialmente diretta contro l'organizzazione paramilitare islamista sciita e antisionista libanese Hezbollah ma che sul terreno sta mietendo numerose vittime civili tra i circa cinquecento uccisi e gli oltre 1300 feriti in appena una settimana. A questo si aggiungono mezzo milione di sfollati, molti dei quali da giorni ammassati a cielo aperto nella capitale Beirut, trasformata in un immenso campo profughi.
Mentre il parlamento libanese si è autorinnovato il mandato per altri due anni, rinviando al 2028 le legislative previste per il prossimo maggio, il presidente Joseph Aoun ha aperto a "negoziati diretti con Israele" e il premier Nawaf Salam ha ribadito la disponibilità del Libano a negoziati che includano una componente civile, dunque politica e non solo tattico militare, sotto egida internazionale.
"Vogliamo una pace solida, duratura ed efficace", ha detto Salam. "Gli israeliani hanno distrutto Gaza, continuano a colonizzare la Cisgiordania e hanno annesso Gerusalemme est (). Non abbiamo altre alternative se non un'iniziativa basata su una formula molto semplice: ‘terra in cambio di pace’". "Perché", ha detto, "non può esistere una pax israeliana duratura".
Per tutta la giornata l'aviazione israeliana ha martellato senza sosta i quartieri meridionali della capitale Beirut così come le località nel sud del Libano, dove la fanteria trova però la resistenza dei combattenti del movimento filoiraniano.
Proprio "per conto dell'Iran" Hezbollah "vuole il crollo del Libano", secondo quanto affermato dal presidente Aoun, che sostiene di aver "sventato" questo piano di Teheran. La stessa apertura di Aoun a "negoziati diretti" con Israele è invece letta da alcuni osservatori come una resa incondizionata del Libano a favore dello Stato ebraico, proprio a causa della pressione politica interna causata dalle conseguenze degli degli incessanti bombardamenti israeliani.
Questi, fanno notare diversi commentatori, si sono drammaticamente intensificati dal 2 marzo scorso - dopo il lancio di sei razzi da parte di Hezobllah contro obiettivi israeliani per vendicare l'uccisione della Guida suprema Ali Khamenei nel primo giorno dell'attacco israelo-statunitense contro l'Iran - senza che si fossero mai realmente interrotti durante il cessate il fuoco raggiunto, solo sulla carta, nel novembre 2024.
In questo quadro, le autorità libanesi hanno ricevuto il sostegno politico del leader siriano Ahmad Sharaa, rivale storico di Hezbollah e sostenuto da Turchia e Stati Uniti. Sharaa, che ha dichiarato di appoggiare il presidente Aoun nella volontà di disarmare il movimento sciita, si è unito a chi accusa l'Iran di tentare di "destabilizzare" la regione. Secondo Sharaa Damasco ha rafforzato le proprie forze difensive lungo i confini per impedire che il conflitto "tracimi" in Siria, per "contrastare le organizzazioni transfrontaliere" e "impedire l'uso del territorio siriano per queste finalità". Proprio il territorio siriano appare però lasciato libero da Damasco alle scorribande di Israele. Dalla Siria negli ultimi giorni sono partiti tentativi di infiltrazione israeliana nelle retrovie di Hezbollah.