L'inviato di Sky News Arabic si è piazzato su un terrazzino in mezzo ai grattacieli di Tel Aviv, e quando suonano le sirene anziché correre nel rifugio più vicino impugna il microfono e trasmette in diretta le esplosioni.
Gli intercettori sparati dal complesso del ministero della Difesa colpiscono i missili lanciati dall'Iran, enormi boati scuotono la città, le deflagrazioni in cielo lasciano lunghe code di fumo. A terra cadono enormi frammenti incandescenti danneggiando e distruggendo.
Dentro i rifugi si sente il sibilo dei vettori israeliani tirati a raffica, si contano i boom, ci si dice quanto sono vicini e intanto gli occhi restano incollati allo schermo del telefonino per guardare le immagini dell'emittente emiratina. E vedere che sta succedendo fuori, sopra la testa.
Intanto le tv israeliane non trasmettono quelle immagini, per via della censura militare in tempo di guerra che impedisce di fornire al nemico informazioni sui raid.
Tra un attacco e l'altro, mentre le scie di fumo degli ordigni abbattuti galleggiano ancora in cielo, all'aeroporto internazionale di Tel Aviv atterrano gli aerei civili che stanno riportando a casa i 100mila israeliani rimasti bloccati all'estero per la chiusura dello spazio aereo dal 28 febbraio. In migliaia sono già arrivati tra giovedì e venerdì da Europa, Nord America e Asia.
Succede continuamente che aerei in fase di atterraggio al Ben Gurion vengano allertati dalla torre di controllo e debbano riprendere quota e allontanarsi perché una nuova ondata di missili è in arrivo dall'Iran. I passeggeri riescono a vedere dai finestrini le bombe che volano. Poi, prima ancora che sui cellulari arrivi il messaggio dell'Home front command che segnala "incidente finito, potete uscire dalle aree protette", i piloti israeliani raggiungono le piste.
Uno scenario surreale, che si ripete più volte al giorno, mandando in frantumi la scorta di informazioni sul concetto di pericolo che muove le persone comuni. A Roma, Berlino, Stoccolma un aereo atterrerebbe in queste condizioni? I passeggeri accetterebbero il rischio? Risposta complicata, ma di sicuro la percezione della sicurezza in Israele è differente che altrove.
Fotoreporter francesi, tedeschi, giapponesi hanno preso in affitto in questi giorni bed & breakfast con balconcino nel centro di Tel Aviv per riprendere la guerra in diretta, non abbandonano la telecamera neppure quando la sirena si spegne, le strade si svuotano e iniziano le esplosioni.
"L'idea è che il sistema di difesa aerea funziona, ci protegge. Possiamo scendere nei bunker all'ultimo momento. Sembra che l'esercito tenga gli attacchi sotto controllo. Accanto al mio appartamento sono arrivati due giornalisti da Parigi per filmare i missili dell'Iran mentre vengono fatti esplodere in aria. Si sentono al sicuro anche loro", spiega Mia, che lavora in un negozio in centro a Tel Aviv. "Perché? Perché lo spettacolo è qui", dice.
Ma non sono solo i giornalisti a ignorare i rischi: tanti stranieri in città restano all'aperto per riprendere con il telefonino gli scoppi. Poi postano le immagini sui social, trofeo di un'emozione forte.
Profondamente diverso il sentimento di pericolo in altre città del Medio Oriente. Come negli alberghi di Dubai e Abu Dhabi dove migliaia di turisti sono rimasti intrappolati in camera sorpresi dal conflitto. Gli appelli drammatici sui social per essere aiutati a rimpatriare raccontano la paura vera.
Dall'aeroporto di Tel Aviv invece domenica si potrà tornare a partire per l'estero. Su ogni volo un limite massimo di 70 persone. Un inizio di normalità mentre il numero di raid dei pasdaran sta diminuendo. Ma non c'è da stare così tranquilli, basta una sola bomba che buca la contraerea per fare morti. Israele ne ha contati finora dieci, oltre a più di mille feriti di cui 145 in terapia intensiva.