Dopo settimane di veti e accuse incrociate, le tensioni tra Ungheria e Ucraina hanno raggiunto un nuovo picco. A innescare la crisi è stato il fermo a Budapest di sette cittadini ucraini, tra cui un ex generale dei servizi segreti, e di due veicoli blindati. Viaggiavano con 40 milioni di dollari, 35 milioni di euro e 9 chili d'oro.
L'accusa formulata dall'autorità doganale ungherese (Nav) è riciclaggio. Versione ribaltata dal ministro degli Esteri ucraino, Andriy Sybiha, che ha accusato l'Ungheria di "banditismo di Stato": per Kiev i dipendenti della banca statale Oschadbank sono stati "presi in ostaggio" durante un trasferimento "di routine" tra l'austriaca Raiffeisen e l'istituto ucraino.
In un crescendo di tensione, Kiev ha sconsigliato ai propri cittadini di recarsi in Ungheria, denunciando "l'impossibilità di garantire la loro sicurezza a causa delle azioni arbitrarie delle autorità locali". Budapest ha risposto espellendo i sette cittadini e diffondendo sui social le immagini del fermo condotto dalle Tek, le unità antiterrorismo, e delle pile di contanti sequestrate quasi a voler agitare lo spettro della "mafia di guerra ucraina", come l'ha definita il ministro degli Esteri Péter Szijjártó.
Una dimostrazione di forza che si incardina nella disputa più ampia sulle interruzioni del petrolio russo attraverso l'oleodotto Druzhba, che rifornisce Ungheria e Slovacchia. Zelensky attribuisce il blocco ai danni russi alle infrastrutture, ma non nasconde la riluttanza al ripristino del transito. Orbán, che già blocca il pacchetto Ue da 90 miliardi per l'Ucraina e il ventesimo set di sanzioni contro Mosca, si è detto pronto a usare "ogni mezzo", incluso il blocco di merci vitali per Kiev, per ottenere il riavvio del Druzhba.
Lo scontro è tracimato quando Zelensky, esasperato dall'ostruzionismo di Budapest, ha suggerito di dare alle forze armate "l'indirizzo" di chi blocca gli aiuti perché gli parlino "nella loro lingua". Parole che Orbán ha immediatamente cavalcato in vista del cruciale appuntamento elettorale del 12 aprile: "Non cederò nemmeno se minacciano la mia vita", ha tuonato a Radio Kossuth.
La Commissione europea ha definito la retorica di entrambe le parti "né utile né favorevole al raggiungimento dell'obiettivo" principale, quello di erogare il prestito di cui Kiev ha urgente bisogno. Pur non esprimendo solidarietà a Orbán, palazzo Berlaymont ha bollato come "inaccettabile" il linguaggio usato da Zelesnky. Di fatto l'escalation complica non poco il lavoro di ricucitura tentato dalla Commissione in queste settimane.
Il dossier sarà discusso a breve tra Ursula von der Leyen e il premier slovacco Robert Fico, alleato di Budapest in questa battaglia. Sull'episodio è intervenuto con sarcasmo anche il Cremlino che per bocca di Dmitry Peskov ha affermato che, di fronte a simili minacce verso un leader alleato, i Paesi europei "dovrebbero applicare l'articolo 5 della Nato" a difesa di Budapest.
Orbán ha incassato la solidarietà dei leader della destra europea, da Geert Wilders (Pvv) ad Alice Weidel (AfD). In Italia, il vicepremier Matteo Salvini ha annunciato che sarà in Ungheria, probabilmente prima delle elezioni del 12 aprile, è ha espresso vicinanza all'amico Orbán su X: "Ferma condanna per minacce da Paesi stranieri. Sarò presto a Budapest per testimoniare sostegno".
Anche Fico ha intimato ai vertici Ue di distanziarsi dalle "oltraggiose dichiarazioni ricattatorie" di Zelensky. In Ungheria, lo stesso capo dell'opposizione Péter Magyar ha chiesto che Bruxelles interrompa i legami con l'Ucraina fino alle scuse di Zelensky, sottolineando che "l'approvvigionamento energetico è una questione nazionale che trascende la politica di partito e le campagne elettorali".