Estero

La Lady di ferro giapponese trionfa e blinda la sua maggioranza

8 febbraio 2026
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Una vittoria oltre le più rosee aspettative per Sanae Takaichi, prima premier donna nella storia del Giappone, nelle elezioni anticipate di domenica, che rilanciano con forza il Partito Liberal-democratico (Ldp) e aprono la strada a una possibile riforma radicale dell'economia e della difesa.

Secondo le proiezioni del canale pubblico Nhk, il blocco conservatore formato dall'Ldp e dal partner minore Ishin si aggiudicherebbe fino a 328 dei 465 seggi della Camera bassa. Il solo Ldp, con oltre 300 seggi, segna il miglior risultato dal 2017, ai tempi dell'ex premier Shinzo Abe, assassinato nel 2022, e già mentore di Takaichi.

La vittoria, ottenuta nonostante le intense nevicate su gran parte del fronte nord-occidentale, inclusa la capitale Tokyo, riflette l'elevato consenso costruito diligentemente dalla leader 64enne in poco più di tre mesi dalla sua nomina a capo del partito di governo, con un tasso di gradimento personale che secondo i sondaggi sfiora il 70%.

Da un lato, l'entusiasmo per la sua immagine diretta e moderna; dall'altro, la richiesta degli elettori di risposte concrete all'inflazione persistente, a fronte di prezzi al consumo in crescita e redditi in stagnazione. Una vittoria schiacciante che tuttavia non nasconde tensioni strutturali, avvertono gli analisti.

Il piano per sospendere l'aliquota dell'8% sui consumi alimentari - cavalcato dalla premier durante la campagna elettorale e condiviso da molte forze di opposizione - non fa dormire sonni tranquilli agli investitori. Con un debito pubblico che supera il 200% del Pil, i rendimenti delle obbligazioni a lungo termine hanno toccato livelli storicamente elevati, mentre le aspettative di politiche fiscali accomodanti continuano a erodere il valore dello yen sui mercati internazionali, aggravando i costi delle importazioni. Sul fronte geopolitico, il nuovo mandato rafforza la linea dura intrapresa fin qui da Takaichi nei confronti di Pechino.

Ritenuta un elemento di continuità con l'approccio nazionalista di Abe, la premier ha già innescato una delle crisi diplomatiche più gravi degli ultimi decenni alludendo a un possibile intervento militare in caso di un attacco cinese a Taiwan, facendo salire la tensione nella regione. Rapporti nettamente più idilliaci, invece, con Washington, dove il presidente Donald Trump nei giorni scorsi ha offerto alla premier il proprio "totale endorsement" e confermato un vertice alla Casa Bianca in programma a marzo, sottolineando l'importanza dell'alleanza strategica nippo-statunitense nel nuovo contesto di competizione globale con la Cina. E da dove oggi sono arrivate le congratulazioni del segretario al Tesoro, Scott Bessent: 'Se il Giappone è forte lo sono anche gli Stati Uniti, ha detto ricordando "l'ottimo rapporto" con il tycoon.

Resta aperta la partita per la revisione costituzionale dell'articolo 9 - la clausola pacifista che limita l'uso delle forze armate e consente il via libera al potenziamento delle capacità militari offensive: i 310 seggi necessari per avviare il referendum restano un obiettivo raggiungibile.

Sull'altro fronte, il tracollo dell'opposizione è stato totale: l'alleanza centrista tra il Partito democratico costituzionale e il Komeito ha perso oltre due terzi dei suoi 167 seggi, mentre il partito anti-immigrazione Sanseito ha quasi triplicato la propria rappresentanza e ora guarda con interesse a un'ulteriore spinta verso destra all'interno del nuovo esecutivo di Tokyo.

Il voto giapponese si inserisce in una tendenza più ampia e uno scenario asiatico segnato da un rafforzamento delle forze conservatrici e filogovernative. Anche in Thailandia, nel voto per il rinnovo del Parlamento, i risultati preliminari indicano un'avanzata dei partiti di destra, con la formazione del premier Anutin Charnvirakul in testa, pur senza una maggioranza autonoma. Una tendenza politica che segnala una crescente domanda di leadership forti e di stabilità, in un contesto regionale segnato da rallentamento economico, tensioni sociali e crescenti pressioni geopolitiche.