Il canale tra Teheran e Washington resta aperto ed è questo il segnale più significativo alla vigilia dei colloqui in programma domani in Oman per trovare un'intesa che scongiuri un attacco americano. L'Iran infatti avrebbe rinunciato alla pretesa di discutere solo di nucleare e non del suo arsenale militare.
"Sta negoziando perché non vuole essere colpito, abbiamo una grande flotta diretta lì", ha confermato Donald Trump, mettendo a tacere le voci che davano per saltato il round negoziale.
Sul tavolo i mediatori regionali hanno messo una proposta quadro in cinque punti, che prevede tra l'altro la rinuncia all'arricchimento dell'uranio per tre anni da parte del regime degli ayatollah e la gestione delle sue scorte in un paese terzo. In cambio di un patto di non aggressione con gli Stati Uniti.
Archiviata l'opzione Turchia, il piccolo sultanato omanita si appresta ad ospitare il primo incontro tra iraniani e americani dai raid statunitensi di giugno ai siti nucleari. Sullo sfondo continua ad aleggiare la minaccia di Trump di colpire di nuovo l'Iran se non smantellerà il suo programma atomico, che l'Occidente teme sia finalizzato alla costruzione di una bomba.
Qatar, Egitto e Turchia hanno provato a elaborare un perimetro di discussione per l'appuntamento in Oman. La proposta parte dalla richiesta a Teheran di smettere di arricchire l'uranio per tre anni ed in seguito limitarsi a meno dell'1,5%, per continuare sviluppare il nucleare civile. Perché oltre il 20% ci sono potenziali applicazioni militari e Teheran si è già spinta ben oltre. In secondo luogo, le scorte che ha preservato dai bombardamenti americani, inclusi circa 440 kg arricchiti al 60%, verrebbero trasferite in un paese terzo.
I mediatori hanno affrontato anche il dossier su cui la trattativa rischiava di arenarsi sul nascere. In base al loro piano, il regime non dovrebbe più trasferire armi e tecnologie ai suoi proxies, le milizie sciite, e impegnarsi a non colpire per primo con i suoi missili balistici.
La richiesta iniziale degli USA era la riduzione dell'arsenale militare iraniano. Il patto di non aggressione con Washington sarebbe l'approdo finale dell'intesa, per convincere la Repubblica islamica, indebolita dalle massicce proteste di piazza, a cedere sugli altri fronti.
Nel frattempo gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner sono arrivati in Qatar, prima di spostarsi in Oman, mentre da Teheran è partito anche il ministro degli esteri Abbas Araghchi. "Noi abbiamo la responsabilità di cogliere tutte le opportunità diplomatiche per preservare la pace e la stabilità nella regione", ha scritto il portavoce del Ministero degli esteri Esmail Baghaei su X, aggiungendo di sperare che "anche la parte americana partecipi in modo responsabile, realistico e serio" ai colloqui.
E Israele resta alla finestra: Benyamin Netanyahu ha riunito un gabinetto di sicurezza per fare il punto in vista dei colloqui a Mascate.
In attesa di eventuali passi avanti della diplomazia la situazione nelle acque del Golfo resta tesa. I Pasdaran hanno fatto sapere di aver sequestrato due petroliere accusate di "contrabbando di carburante", senza specificarne la bandiera o la nazionalità dell'equipaggio.
Pochi giorni prima imbarcazioni armate iraniane avevano avvicinato una petroliera americana nei pressi dello Stretto di Hormuz, mentre un drone di Teheran era stato abbattuto per essersi avvicinato alla portaerei Lincoln, il cuore del dispositivo bellico schierato da Trump per avvertire che fa sul serio.
Inoltre la BBC ha rivelato che le immagini satellitari mostrano nuovi schieramenti militari statunitensi in Medio Oriente, tra i quali una dozzina di caccia F-15 e un drone da combattimento MQ-9 Reaper, arrivati alla base aerea di Muwaffaq Salti in Giordania.